Debito pubblico al 138,5% nel 2027, Giorgetti lancia l’allarme: serve prudenza
- 3 Ottobre 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Economia
L’extradeficit legato alla clausola sulle spese per energia e difesa, sommato al peso di cassa del Superbonus, rinvia di un ulteriore anno il ritorno a una riduzione del rapporto debito/Pil. Il passivo sarà più alto di quanto previsto nel Documento programmatico di finanza pubblica primaverile: nel 2027 il debito salirà al 138,5% del Pil, per poi iniziare a scendere al 137,9% e attestarsi al 136,6% nei due anni successivi, quando gli effetti residui dei crediti d’imposta edilizi saranno ormai assorbiti.
Questa valutazione è stata la principale informazione recepita dai mercati dopo che il Consiglio dei Ministri ha approvato il Documento programmatico di finanza pubblica e la relazione sullo scostamento. La comunicazione ufficiale del Governo ha puntato a temperare le aspettative, vista la recente volatilità dei titoli di Stato e la sensibilità degli investitori ai numeri sui conti pubblici.
Mercati e manovra
Al termine della riunione di Governo, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha assunto il compito di descrivere un quadro definito «particolarmente complesso», in cui prevedere tendenze e rispettare i percorsi di finanza pubblica risulta sempre più difficile.
Giancarlo Giorgetti ha dichiarato:
“Un approccio più prudente rispetto alle cose annunciate è necessario, perché lo scenario segnato dall’inflazione e dalle vendite di titoli sovrani richiede maggiore attenzione.”
Il ministro ha richiamato dunque la necessità di moderare le promesse circolate nelle anticipazioni della manovra pre-elettorale e ha sottolineato che, se a livello di Bruxelles si possono discutere criteri e scorpori, per gli investitori contano soprattutto i saldi complessivi e la direzione di marcia dei conti pubblici.
Clausola parziale
In base al confronto con la Commissione, l’attivazione della clausola sugli extra-oneri è risultata parziale: l’impatto è stimato in 29 miliardi anziché 36, con una rinuncia temporanea, come ha osservato il ministro della Difesa Giorgio Crosetto, a circa 7 miliardi sul 2028.
Giorgio Crosetto ha spiegato:
“Comprendo perfettamente le ragioni della scelta, ma confidiamo che la misura sia transitoria.”
Questo ridimensionamento però è sufficiente a far salire l’indebitamento netto: dopo il 2,9% del Pil confermato per il 2026, il deficit raggiungerà il 3,4% nel 2027, calerà al 3,2% nel 2028 e tornerà al 2,3% nel 2029. Senza la clausola, i medesimi saldi sarebbero stati più contenuti (2,8% nel 2028 e 2,6% nel 2029), e l’Italia avrebbe potuto abbandonare prima il braccio correttivo previsto dal Patto europeo.
Il peso degli interessi
Una componente sempre più rilevante è rappresentata dalla crescita della spesa per interessi, conseguenza dei rialzi dei rendimenti accumulati e delle attese su tassi più elevati nelle prossime fasi di politica monetaria. Questo effetto pesa in particolare sulle proiezioni del 2029: il disavanzo previsto per quell’anno risulta ora al 2,3% del Pil (contro il 2,1% stimato cinque mesi fa) e il debito è rivisto al 136,6% anziché al 136,3%.
Il quadro è inoltre influenzato dalla revisione dei livelli di prodotto interno lordo pubblicata dall’ISTAT, che ha aggiornato al rialzo il denominatore del rapporto debito/Pil e ha ridotto di cinque decimali il valore di partenza di quest’anno.
Rispetto alla possibilità di ottenere maggiore flessibilità o al rinvio di misure correttive, il ministero segnala che da tempo è in corso un negoziato con le istituzioni europee per un approccio più flessibile sui calcoli del deficit, in particolare per i Paesi che devono ancora uscire da procedure per disavanzi eccessivi.
La spesa primaria
L’aumento dei prezzi incide anche sulla spesa primaria netta, indicatore centrale nei nuovi parametri fiscali europei. L’indicizzazione di pensioni e assegno unico fa sì che l’indicatore segua una crescita tendenziale: secondo i calcoli del ministero la spesa primaria aumenterebbe del 3,3% il prossimo anno, superando la traiettoria concordata con la UE sia in termini annuali (1,9%) sia cumulati (2,8%).
Da qui nasce la richiesta italiana di tener conto dell’effetto inflazione nelle verifiche sul rispetto dei vincoli europei, questione che dovrebbe essere affrontata in sede Ecofin a Lussemburgo. Il Governo precisa però che l’obiettivo non è ottenere ulteriore spazio di deficit, ma evitare interventi restrittivi che comprimerebbero la crescita pur riportando i conti nei parametri fissati.
In sintesi, le scelte politiche e gli impegni di spesa per energia, difesa e relative erogazioni fiscali condizionano non solo gli indicatori di bilancio a breve termine, ma anche la percezione del rischio sovrano sui mercati e il costo di finanziamento per il Paese, con implicazioni dirette per famiglie, imprese e investitori istituzionali.
In sintesi
- La maggiore incidenza del servizio del debito e l’attivazione parziale della clausola accentuano la volatilità sui titoli di Stato: gli investitori dovranno scontare costi di finanziamento più elevati per un periodo più lungo.
- Per gli operatori finanziari e i fondi, il nuovo profilo del debito richiede un riesame delle scadenze e della duration delle esposizioni italiane per gestire il rischio tasso e di rollover.
- Dal punto di vista degli investimenti domestici, la priorità a spese per energia e difesa insieme alla necessità di mantenere la fiducia dei mercati implica che future misure fiscali saranno calibrate per non compromettere la crescita nominale.
- La trattativa con le istituzioni europee sulla flessibilità di calcolo rimane un elemento chiave: una soluzione favorevole potrebbe ridurre la probabilità di manovre correttive restrittive e sostenere la stabilità dei rendimenti italiani.