Cargo ferroviario in crisi: nel 2026 traffici in calo del 4%

Il 2026 si profila come l’anno più difficile per il trasporto ferroviario merci in Italia, secondo le valutazioni di Clemente Carta, presidente di Fermerci, l’associazione che raggruppa oltre l’80% delle imprese ferroviarie merci operanti nel Paese. L’allarme è stato rilanciato in occasione dell’incontro Mercintreno, tenutosi il 5 novembre 2026 presso la sede del Cnel a Roma.

Cause della crisi

Secondo gli operatori, la fragilità del segmento è il risultato di fattori concatenati: l’impatto del Covid con volumi al minimo storico nel 2020, l’aumento esponenziale dei costi energetici, la contrazione dell’attività industriale in Europa, le limitazioni sui valichi alpini e le numerose interruzioni della rete dovute ai circa 1.300 cantieri finanziati dal Pnrr.

Pur ritenendo strategici gli interventi di ammodernamento della rete, Fermerci evidenzia come l’impatto operativo dei cantieri stia erodendo capacità e affidabilità, con il rischio di vanificare risultati ottenuti in dieci anni di politiche pubbliche a favore del trasporto su ferro.

Clemente Carta ha spiegato:

“Il trasporto ferroviario merci garantisce la continuità logistica del Paese anche in condizioni estremamente penalizzanti. Questo richiede politiche di sostegno certe e coordinate. Oggi, invece, le imprese attendono spesso a lungo i contributi su cui hanno costruito i propri piani, mentre gli strumenti nazionali e regionali procedono in modo non sempre coerente.”

Dati sul traffico e tendenze recenti

Nel suo intervento Carta ha richiamato una serie di indicatori che mostrano la perdita di terreno del rail freight italiano: la quota modale della ferrovia sulle merci in Italia è pari all’11,6% contro la media del 16,6% dell’Unione europea, oltre il 20% della Germania e circa il 30% dell’Austria.

Clemente Carta ha affermato:

“Siamo passati da 53,8 milioni di treni-km nel 2021 a 49,4 milioni nel 2025, con una contrazione del 7,8% nel periodo 2022-2025. Il 2025 ha segnato un calo del 3,5%, il terzo anno consecutivo in diminuzione. Nel primo semestre del 2026 la flessione è proseguita: −8,1%, oltre 2 milioni di treni-km in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Le proiezioni del nostro monitoraggio indicano che il 2026 potrebbe chiudersi intorno ai 47 milioni di treni-km, con un’ulteriore riduzione del 4% rispetto al 2025.”

Il timore espresso è che, al termine degli interventi infrastrutturali del Pnrr, il settore non disponga più della capacità industriale necessaria per recuperare i volumi persi.

Proposta di legge e misure richieste

Per fronteggiare l’emergenza Fermerci ha raccolto l’invito del Cnel a predisporre una proposta di legge mirata al rilancio del cargo ferroviario. Il Cnel, organismo costituzionale con facoltà di iniziativa legislativa, intende portare il testo all’attenzione del Parlamento.

Carta ha spiegato:

“Si tratta di una proposta che non comporta nuovi oneri per la finanza pubblica, ma punta a rendere più efficaci le risorse esistenti e a semplificare le procedure. Prevede tempi certi per il pagamento dei contributi, l’adeguamento degli incentivi alle regole europee sugli aiuti di Stato e la possibilità per le Regioni di affiancare o cofinanziare le misure statali, per politiche di sostegno più coordinate.”

La proposta cerca dunque di coniugare certezza процедурale e conformità alle normative comunitarie, elementi ritenuti essenziali per attrarre investimenti e per permettere agli operatori di pianificare rinnovi di materiale rotabile e migliorie infrastrutturali.

Clemente Carta ha aggiunto:

“A questo intervento normativo va affiancato un piano che assicuri continuità e adeguatezza delle risorse destinate al settore. È l’impegno che chiediamo al Governo e al Parlamento, a partire dalla prossima legge di bilancio.”

Implicazioni economiche e prospettive

Il quadro delineato evidenzia conseguenze dirette sulla logistica nazionale: una minore affidabilità della ferrovia può spingere aziende e operatori verso il trasporto su gomma, con effetti negativi su costi, congestione e sostenibilità ambientale. Sul piano industriale, la riduzione dei volumi erode margini e scoraggia nuovi investimenti in terminal, tecnologia e materiale rotabile.

Per gli investitori, la situazione presenta sia rischi sia opportunità: il rischio di un riposizionamento verso soluzioni stradali può comprimere i ricavi degli operatori ferroviari, ma l’esigenza di modernizzazione apre spazi per investimenti in digitalizzazione, efficienza energetica e rimodernamento delle infrastrutture terminali.

Un coordinamento più stretto tra Stato e Regioni, tempi certi nei pagamenti e strumenti che rispettino le regole europee risultano, secondo gli operatori, condizioni imprescindibili per recuperare competitività e attrarre capitali privati necessari alla transizione del settore.

In sintesi

  • L’incertezza sui finanziamenti e le interruzioni infrastrutturali aumentano il premio di rischio per gli operatori ferroviari, rendendo essenziale misure che garantiscano flussi di cassa predicibili per sostenere gli investimenti private.
  • La possibile sostituzione di volumi ferro-su-gomma comporterebbe costi indiretti per l’economia italiana (maggiore congestione, esternalità ambientali) che potrebbero ricadere sui settori export-oriented.
  • Gli interventi normativi proposti, se accompagnati da semplificazioni amministrative, possono favorire attrazione di capitali per l’ammodernamento di terminal e rotabili, creando opportunità per partecipazioni pubbliche e private mirate.
  • Per mantenere e rafforzare la posizione competitiva dell’Italia nel corridoio merci europeo è necessario un approccio integrato che coniughi politiche infrastrutturali, incentivi coerenti con le regole comunitarie e coordinamento tra livelli di governo.


Author: Tony
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