Pil, Confindustria: il 2026 sorprende al rialzo, ma la crescita si affievolisce a fine anno

Congiuntura Flash, l’analisi del Centro studi di Confindustria, segnala una revisione al rialzo delle previsioni per il 2026 rispetto ad aprile, grazie a due trimestri iniziali migliori del previsto, ma avverte che la crescita rallenterà verso la fine dell’anno.

La persistenza di una quasi totale chiusura dei transiti nello Stretto di Hormuz mantiene elevati i prezzi del petrolio e del gas, riportandoli sui livelli più alti dalla fine del 2022 (sebbene ancora inferiori alla media di quell’anno). L’inflazione è tornata a salire e le banche centrali stanno aumentando i tassi per contenerla: questo irrigidirà consumi e investimenti anche in Italia, mentre nel terzo trimestre decade la spinta degli ultimi flussi di risorse del PNRR.

Previsioni riviste per il 2026

Le nuove stime indicano una crescita del PIL per il 2026 pari a +0,8%, in rialzo rispetto al +0,5% ipotizzato ad aprile. Il miglioramento è riconducibile principalmente a risultati positivi nei primi due trimestri: tra i fattori che hanno contribuito vi sono un calo inatteso della domanda mondiale di petrolio, che ha allungato i tempi della scarsità, una minore trasmissione degli aumenti dei prezzi sui beni non energetici e l’effetto residuo del PNRR nelle fasi conclusive dei progetti.

Tensioni energetiche e dinamica dei prezzi

Nel mercato petrolifero la situazione resta tesa: i transiti attraverso lo Stretto di Hormuz sono rimasti fortemente ridotti, a circa il 13% del normale, con ripercussioni sulla volatilità del Brent. In Europa il prezzo del gas è salito fino a 77 euro per MWh (da 33 euro a febbraio), molto al di sopra dei livelli consueti (circa 14 euro nel 2019).

L’inflazione ha raggiunto in agosto il massimo dell’anno, +3,3% su base annua, rispetto all’1,0% registrato all’inizio del 2026. A spingere i tassi d’inflazione sono soprattutto i prezzi energetici al consumo, con i carburanti in forte rialzo (+17,1% dalle variazioni negative precedenti). Nei prossimi mesi si rischia che parte di questi maggiori costi venga trasferita anche sui beni non energetici, attraverso aumenti dei costi di trasporto e dei servizi collegati.

Politica monetaria e prospettive dei tassi

Per contrastare l’accelerazione dei prezzi, la Banca centrale europea (Bce) ha innalzato il tasso di riferimento fino al 2,50%. I mercati finanziari scontano ulteriori rialzi nelle prossime sedute, per un ammontare complessivo atteso intorno a +1,25 punti nei prossimi mesi. Anche la Fed ha avviato una nuova fase di irrigidimento, dopo un periodo di stabilità che durava dall’inizio dell’anno.

L’inasprimento della politica monetaria tende a raffreddare la domanda interna e ad aumentare il costo del credito per imprese e famiglie, con possibili effetti sulla spesa per investimenti e sui piani di espansione aziendale. Per l’Italia, dove il debito pubblico resta elevato, aumenti significativi dei tassi possono tradursi in pressioni sui rendimenti sovrani e sulla sostenibilità fiscale a medio termine.

Settori: l’industria resiste ma emergono segnali di divergenza

Sul fronte produttivo, l’industria mostra resistenza: a luglio la produzione industriale è cresciuta dello 0,7%, spinta soprattutto dai beni di consumo (+2,1%). Tuttavia, la dinamica settoriale è eterogenea. L’acquisizione della variazione per il 2026 evidenzia un recupero marcato dell’industria automobilistica (+8,8%), buone performance per altri mezzi di trasporto e per il comparto computer-elettronica, mentre risultano in contrazione i mobili, il tessile-abbigliamento-pelli e la chimica.

Il PMI manifatturiero di agosto è sceso sotto la soglia di neutralità, attestandosi a 49,6, segnale che l’attività industriale rischia di rallentare se non si stabilizzeranno domanda e condizioni finanziarie. L’uscita dello stimolo legato al PNRR nel terzo trimestre ridurrà inoltre un canale di domanda pubblica e di investimento, accentuando le differenze settoriali.

Implicazioni per imprese e famiglie

Le imprese italiane dovranno valutare con attenzione l’impatto combinato di costi energetici più elevati e di un credito più caro: ciò può favorire una selezione dei progetti di investimento verso quelli con ritorni più rapidi o con maggiore efficienza energetica. Per le famiglie, la fase implica una riduzione del potere d’acquisto reale e possibili ritardi nelle decisioni di spesa per beni durevoli.

Le autorità pubbliche e finanziarie potranno intervenire con politiche mirate per sostenere gli investimenti in efficienza energetica e per mitigare l’impatto sui segmenti più vulnerabili della popolazione, preservando al contempo la stabilità dei conti pubblici.

In sintesi

  • Il rialzo delle stime per il 2026 riflette un avvio d’anno positivo, ma la fine degli stimoli pubblici e il rincaro dell’energia aumentano il rischio di un rallentamento verso fine anno, condizionando le prospettive di crescita strutturale.
  • L’estensione dell’inflazione legata ai prezzi energetici e i conseguenti aumenti dei tassi della Bce rendono più costoso il finanziamento degli investimenti: gli investitori dovranno privilegiare progetti con efficienza energetica e ritorni più rapidi.
  • Per il mercato italiano, la divergenza tra settori implica opportunità di riallocazione del capitale verso comparti in recupero (automotive, elettronica) e necessità di supporto per i settori più esposti (tessile, mobili, chimica).
  • Politiche pubbliche orientate a incentivare la transizione energetica e a sostenere la domanda interna possono ridurre la vulnerabilità del sistema produttivo italiano a shock esterni sui prezzi dell’energia.


Author: Tony
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