BoJ alza i tassi all’1,25%, massimo dal 1995: secondo rialzo in tre mesi
- 18 Settembre 2026
- Posted by: Francesca
- Categoria: Aziende, Economia, Editoriale
La Banca del Giappone — nella foto, il Governatore Kazuo Ueda — alza i tassi di interesse di 25 punti base, portando il riferimento all’1,25%, il livello più elevato dal 1995. La decisione segna il secondo aumento nell’arco di tre mesi e conferma l’accelerazione del processo di normalizzazione della politica monetaria giapponese dopo anni di tassi estremamente bassi.
Il provvedimento è stato approvato da sette dei nove componenti del Policy Board, mentre due membri hanno votato contro. La BoJ aveva già aumentato il costo del denaro a giugno, portandolo all’1%, prima della nuova stretta decisa nella riunione del 17-18 settembre.
A spingere la banca centrale sono soprattutto i rischi di una nuova accelerazione dell’inflazione, alimentati dal rincaro dell’energia e dalla debolezza dello yen, che aumenta il costo delle importazioni.
Tassi ai massimi da 31 anni
Con il nuovo intervento, il costo del denaro raggiunge il livello più alto degli ultimi 31 anni.
La mossa rappresenta un ulteriore allontanamento dalla lunga stagione di politica monetaria ultra-espansiva attraverso la quale il Giappone aveva cercato per anni di contrastare deflazione e debolezza della domanda.
Il governatore Kazuo Ueda ha indicato che l’obiettivo della banca centrale è ora agire in modo preventivo, evitando che le pressioni sui prezzi portino l’inflazione stabilmente oltre il target del 2%.
L’inflazione di fondo si mantiene infatti intorno all’obiettivo della BoJ, mentre il rialzo dei costi energetici e delle importazioni aumenta i rischi per i prossimi mesi.
Il tasso entra nella fascia considerata neutrale
Con l’1,25%, la politica monetaria giapponese si avvicina alla parte bassa delle stime sul cosiddetto tasso neutrale, vale a dire quel livello che teoricamente non stimola né frena l’economia.
Le valutazioni utilizzate nel dibattito interno alla BoJ collocano questa fascia indicativamente tra l’1,1% e il 2,5%, anche se Ueda ha più volte sottolineato l’elevata incertezza legata alla sua misurazione.
Il passaggio assume particolare importanza perché, aumentando ulteriormente i tassi, la banca centrale potrebbe progressivamente entrare in un territorio più restrittivo per consumi, investimenti e credito.
Yen ancora debole dopo la decisione
La stretta non ha però prodotto un immediato rafforzamento dello yen.
Dopo l’annuncio, la valuta giapponese si è indebolita fino a circa 157,8 yen per dollaro, penalizzata dall’assenza di indicazioni particolarmente aggressive sui prossimi rialzi e dalla presenza di due voti contrari all’interno del board.
Il comportamento dello yen rimane uno dei principali fattori osservati dalla banca centrale.
Una valuta debole rende infatti più costose le importazioni di materie prime ed energia, trasferendo parte dell’aumento sui prezzi pagati da imprese e famiglie.
Petrolio e inflazione aumentano i rischi
La nuova fase di rialzo dei tassi arriva in un contesto di forti tensioni sui mercati energetici internazionali legate al conflitto che coinvolge l’Iran e agli effetti sulle forniture e sulle quotazioni petrolifere.
Per un Paese fortemente dipendente dall’importazione di energia come il Giappone, l’aumento del greggio rappresenta un rischio diretto per l’inflazione.
Ueda ha riconosciuto che un nuovo aumento persistente dei prezzi energetici potrebbe riflettersi sulle aspettative di inflazione e sul comportamento di imprese e consumatori, rendendo necessario un intervento preventivo della politica monetaria.
Fed al 3,75-4%, BCE al 2,5%
Nonostante il nuovo rialzo, i tassi giapponesi restano nettamente inferiori a quelli delle altre principali economie avanzate.
La Federal Reserve ha aumentato il 16 settembre il proprio intervallo obiettivo di 25 punti base, portandolo al 3,75-4%.
La Banca centrale europea, dopo la decisione del 10 settembre, ha invece portato il tasso sui depositi al 2,50%, il rifinanziamento principale al 2,65% e il marginal lending facility al 2,90%.
Il differenziale resta quindi ampio, soprattutto rispetto agli Stati Uniti, e continua a rappresentare un fattore di pressione sul cambio dello yen.
Il pressing Usa sulla valuta giapponese
Il dossier valutario è entrato anche nei rapporti economici tra Tokyo e Washington.
Nelle ultime settimane il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha discusso con la ministra delle Finanze giapponese Satsuki Katayama della debolezza dello yen e della necessità di mantenere movimenti valutari ordinati.
Stati Uniti e Giappone hanno confermato all’inizio di settembre il coordinamento sul mercato dei cambi, mentre Washington ha espresso sostegno a una politica monetaria giapponese più coerente con l’obiettivo di contenere inflazione e debolezza della valuta.
Rendimenti dei titoli giapponesi sotto pressione
Alla stretta monetaria si aggiungono le tensioni sul mercato obbligazionario.
I rendimenti dei titoli di Stato giapponesi sono saliti sensibilmente negli ultimi mesi, in un contesto nel quale gli investitori valutano contemporaneamente l’aumento dei tassi della BoJ e la politica fiscale espansiva del governo guidato da Sanae Takaichi.
Il rendimento del titolo decennale giapponese si è avvicinato al 3%, su livelli che non si vedevano da circa trent’anni.
La combinazione tra politica monetaria più restrittiva e forte indebitamento pubblico rende quindi particolarmente delicata la gestione della normalizzazione dei tassi.
Possibili nuovi rialzi nel 2027
La BoJ non ha indicato un percorso prestabilito per le prossime mosse.
Ueda ha lasciato aperta la possibilità di ulteriori aumenti consecutivi e, in determinate circostanze, anche di interventi più ampi dei tradizionali 25 punti base, sottolineando però che ogni decisione dipenderà dall’evoluzione di inflazione, salari, economia e mercati finanziari.
Tra gli analisti resta diffusa l’aspettativa di una prosecuzione graduale della stretta. Alcune stime raccolte da Reuters indicano la possibilità che il tasso raggiunga l’1,75% nel corso del 2027, anche se il percorso resta soggetto a forte incertezza.
Con il rialzo all’1,25%, la Banca del Giappone entra dunque in una fase nuova: dopo anni trascorsi a cercare di far salire l’inflazione, il problema diventa ora evitare che energia, yen debole e crescita dei costi interni la spingano troppo oltre l’obiettivo del 2%.