Ilva, stop all’area a caldo entro 90 giorni: la corte ordina la chiusura

Esplode la vicenda dell’ex acciaieria di Taranto alla vigilia dell’incontro convocato per il giorno successivo a Palazzo Chigi tra il Governo e i rappresentanti dei lavoratori. Oggi la Corte d’Appello di Milano ha disposto lo stop dell’attività nell’area a caldo dello stabilimento, prevedendo un termine di novanta giorni per completare le operazioni di sospensione sotto la sorveglianza delle autorità competenti.

Corte d’Appello di Milano ha affermato:

“Accoglie la richiesta di inibitoria e, in parziale riforma del decreto impugnato, ordina a Ilva spa, Acciaierie D’Italia spa e Acciaierie d’Italia holding spa, tutte in amministrazione straordinaria, la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento Ilva di Taranto, assegnando a queste ultime il termine di giorni novanta, decorrente dall’ultima comunicazione del provvedimento, per il completamento delle operazioni di sospensione sotto la sorveglianza dell’autorità di controllo.”

Ricorsi e motivazioni

La pronuncia della Corte d’Appello di Milano riguarda i ricorsi presentati da un gruppo di cittadini di Taranto e dall’associazione Genitori Tarantini, oltre che dalle società coinvolte, in relazione alla decisione emessa a febbraio dal Tribunale di Milano. Quel provvedimento aveva fissato un termine per fermare la produzione, a meno che non fossero adottate modifiche sostanziali alle prescrizioni ambientali contenute nell’Aia 2025, ritenute dai giudici insufficienti rispetto alla tutela della salute pubblica e dell’ambiente.

Corte d’Appello di Milano ha scritto:

“Appare evidente che la domanda dei cittadini… è stata comunque motivata — prima e dopo l’Aia 2025 — dal rischio di pregiudizio del diritto alla salute e del diritto al clima. Le domande dei cittadini non possono essere considerate generiche perché sono state puntualmente dedotte le ragioni in base alle quali la gestione dello stabilimento genera il rischio di danno alla salute, con specifico riferimento, tra l’altro, a svariate e individuate sostanze nocive; l’inadeguatezza, tempo per tempo, degli accorgimenti utilizzati da Ilva per scongiurare il pericolo di malattie legate all’inquinamento e le ingiustificate dilazioni nella realizzazione di interventi idonei a scongiurare i rischi, come consentite da disposizioni dell’Aia 2025 in tesi illegittime.”

Termine dei 90 giorni e condizioni per la ripresa

Il collegio ha ritenuto congruo concedere un periodo di novanta giorni per consentire alle società di completare, in condizioni di sicurezza, tutte le operazioni necessarie alla sospensione delle attività dell’area a caldo, sotto il controllo dell’autorità di vigilanza. Il termine decorre dall’ultima comunicazione del provvedimento alle destinatarie.

La Corte ha precisato che la ripresa dell’attività potrà essere autonoma solo dopo che i gestori e la proprietaria avranno compiuto una serie di interventi: rimozione integrale dell’amianto ancora presente negli impianti; adozione di misure per riportare le emissioni di polveri sottili entro limiti di sicurezza, con riferimento allo scenario produttivo autorizzato di 6 milioni di tonnellate annue; e conformità alla cornice procedimentale prevista dal dlgs n. 152/2006 e dalla direttiva 2010/75, secondo le indicazioni stabilite dalla sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

Conseguenze economiche e istituzionali

La sospensione dell’area a caldo comporta ricadute significative: sull’occupazione locale, sulle forniture della filiera dell’acciaio e sui mercati di riferimento. Lo stabilimento è gestito in regime di amministrazione straordinaria, elemento che amplifica la complessità politica e tecnica delle decisioni da assumere da parte del Governo e degli amministratori giudiziari.

I rischi finanziari si estendono sia ai bilanci delle società coinvolte sia ai potenziali investitori, che devono valutare l’incertezza regolatoria e le passività ambientali. Sul piano istituzionale, la direzione segnata dalla sentenza evidenzia la centralità del rispetto delle normative europee e nazionali sull’ambiente, rendendo possibili nuove verifiche amministrative, eventuali misure di sostegno o interventi normativi urgenti per gestire la transizione produttiva e la tutela dei lavoratori.

Prossimi passi

Nei giorni successivi le società dovranno predisporre i piani di sospensione e i cronoprogrammi delle attività di bonifica, sottoposti alla sorveglianza dell’autorità competente. È prevedibile anche l’esame di ulteriori ricorsi in sede superiore e la valutazione di possibili interventi politici volti a bilanciare esigenze ambientali, sanitarie e occupazionali.

L’incontro a Palazzo Chigi rappresenterà un banco di prova per misurare la capacità delle istituzioni di definire soluzioni che garantiscano la tutela della salute e dell’ambiente, insieme alla sostenibilità economica e alla continuità produttiva, evitando effetti destabilizzanti per il sistema industriale nazionale ed europeo.

In sintesi

  • La decisione giudiziaria aumenta la pressione sul mercato dell’acciaio in Europa, con potenziali ripercussioni sui prezzi e sulla necessità di riallocare forniture a breve termine.
  • Per gli investitori, il caso mette in luce il rischio di “passività ambientali” che può ridurre il valore degli asset industriali se non accompagnato da piani credibili di decontaminazione e riconversione.
  • Le istituzioni dovranno bilanciare misure di tutela sanitaria e ambientale con strumenti di politica industriale e occupazionale per evitare impatti socio-economici duraturi sul territorio.
  • La vicenda sottolinea l’importanza di integrare investimenti in tecnologie pulite e procedure di governance ambientale per ridurre il rischio regolatorio e attrarre capitali orientati a progetti sostenibili.


Author: Tony
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