Ventiquattro milioni e ottocentomila italiani evitano di dichiarare redditi: il 30% paga il 79% dell’Irpef

Il 30% degli italiani che dichiarano redditi pari o superiori a 29.000 euro sostiene quasi il 79% dell’imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef), mentre una larga fetta della popolazione contribuisce poco o nulla al finanziamento dei servizi pubblici essenziali.

Distribuzione del carico fiscale

Dall’analisi dell’ultimo rapporto dell’Osservatorio Itinerari previdenziali, presentato al Cnel in collaborazione con la Cida, emerge una forte concentrazione del peso fiscale su una minoranza di contribuenti. Circa 8 milioni di contribuenti — pari al 18,78% del totale — con dichiarazioni a partire da 35.000 euro annui versano il 65% complessivo dell’Irpef.

All’estremo opposto ci sono circa 24,8 milioni di cittadini che non dichiarano redditi, o dichiarano importi molto bassi, e pertanto partecipano marginalmente al finanziamento del sistema pubblico. Questo squilibrio solleva questioni rilevanti sul principio di equità fiscale e sulla capacità di sostenere spese pubbliche strutturali.

Costo del welfare e finanziamento

Nel 2024 la spesa per tre funzioni chiave del welfare ha raggiunto livelli significativi: 138,33 miliardi per la spesa sanitaria, 180,5 miliardi per l’assistenza sociale e 13,5 miliardi per il welfare degli enti locali. Per coprire queste tre voci sono state impegnate tutte le imposte dirette per un totale stimato di 325,27 miliardi, oltre ad almeno 7 miliardi provenienti da imposte indirette.

Questi dati enfatizzano come l’attuale sistema di prelievo fiscale sia chiamato a riequilibrare esigenze redistributive e vincoli di sostenibilità finanziaria. In assenza di strumenti di finanziamento mirati, la pressione resta concentrata sui contribuenti con redditi medio–alti.

Intervento del viceministro sull’aliquota

Maurizio Leo, viceministro dell’Economia, è intervenuto con un messaggio video nel corso del convegno per delineare gli orientamenti della maggioranza in vista della prossima legge di Bilancio.

Maurizio Leo ha spiegato:

“Abbiamo ridotto il numero degli scaglioni e, con la legge di bilancio precedente, abbiamo abbassato l’aliquota che interessava la fascia da 28 a 50mila euro portandola al 33 per cento. Il passo successivo che vogliamo valutare, compatibilmente con le risorse e l’accordo della maggioranza, è estendere l’applicazione di questa stessa aliquota del 33% alla fascia che va da 50 a 60mila euro, anziché lasciarla assoggettata al 43%.”

Maurizio Leo ha aggiunto:

“Abbiamo introdotto misure specifiche per il lavoro dipendente che alleggeriscono il carico fiscale sul ceto medio: penso agli incentivi legati ai rinnovi contrattuali, dove è stata prevista una flat tax sui redditi aggiuntivi, e a interventi su premi di produttività, buoni pasto, lavoro notturno e festive, nonché al settore turistico.”

Impatto sui redditi medio‑bassi

L’Osservatorio analizza anche la platea dei redditi più bassi: i contribuenti con redditi fino a 29.000 euro rappresentano il 69,78% del totale ma versano soltanto il 21,33% dell’Irpef (circa 46 miliardi). Per molte fasce di reddito la contribuzione media risulta inferiore al costo pro capite della sanità, stimato in 2.347 euro nel 2024.

In termini pratici, chi dichiara fino a 7.500 euro paga in media meno di 20 euro di imposta annua; la fascia tra 7.500 e 15.000 euro versa mediamente 204 euro; mentre coloro che dichiarano tra 15.000 e 20.000 euro pagano circa 1.773 euro. Questi livelli risultano spesso insufficienti a coprire i costi dei servizi pubblici a cui questi cittadini hanno diritto, determinando così un trasferimento implicito di oneri verso contribuenti con redditi più elevati.

La dinamica può produrre tensioni politiche e sociali se non accompagnata da misure di redistribuzione mirate o da una revisione della struttura della spesa pubblica, inclusi strumenti più efficaci di targeting e controllo della redistribuzione dei trasferimenti.

Prospettive e riflessioni di policy

Il quadro tracciato impone alcune considerazioni per le scelte di politica economica: in primo luogo, qualsiasi intervento sulla struttura delle aliquote deve essere valutato alla luce della compatibilità di bilancio e dell’impatto redistributivo complessivo.

In secondo luogo, misure come l’estensione della flat tax sui rinnovi contrattuali e gli sgravi per specifiche forme di retribuzione possono incentivare la produttività ma rischiano di creare distorsioni se non accompagnate da controlli e da un disegno che salvaguardi la progressività del sistema fiscale.

Infine, per garantire la sostenibilità del welfare senza aumentare ulteriormente la pressione su alcune categorie, è necessario combinare interventi di ricognizione della spesa, miglioramento dell’efficienza dei servizi e possibili strumenti di finanziamento dedicati, riducendo così la dipendenza esclusiva dalle imposte dirette.

In sintesi

  • Concentrazione fiscale: la forte dipendenza dalle fasce medio‑alte rende il sistema vulnerabile a shock politici e richiede analisi di sostenibilità per evitare destabilizzazioni del mercato del lavoro e dei consumi.
  • Impatto sugli investimenti: una possibile estensione della aliquota del 33% potrebbe alleggerire il carico fiscale per la classe media superiore, influenzando i decision maker aziendali e le decisioni di spesa delle famiglie su beni durevoli e investimenti privati.
  • Rischi per la spesa pubblica: senza strumenti di finanziamento mirati o miglioramenti di efficienza, la necessità di coprire i costi del welfare potrebbe tradursi in maggiore pressione su altri canali fiscali o nella limitazione degli investimenti pubblici produttivi.
  • Indicazioni per gli investitori: la rilevanza delle dinamiche fiscali suggerisce di monitorare l’evoluzione della legge di Bilancio e le scelte sulla redistribuzione, poiché esse influenzano domanda interna, margini aziendali e appetito per il rischio degli operatori finanziari.


Author: Tony
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