Petrolio ancora in rally: Brent oltre 107 dollari dopo l’attacco all’oleodotto saudita

Il petrolio apre la settimana con un nuovo forte rialzo, mentre aumentano i timori per possibili interruzioni delle forniture dal Medio Oriente. Nelle prime contrattazioni il WTI con consegna a ottobre sale a 102,73 dollari al barile, in progresso del 2,68%, mentre il Brent con scadenza novembre raggiunge 107,32 dollari, con un guadagno del 2,59%.

A spingere nuovamente le quotazioni è soprattutto la crescente tensione sulle infrastrutture energetiche saudite dopo l’attacco alla strategica East-West Pipeline, oltre al rinvio dell’incontro previsto in Oman tra Iran e Paesi della regione sul futuro dello Stretto di Hormuz.

Il mercato torna così a incorporare un premio geopolitico elevato, con gli operatori preoccupati che le tensioni possano compromettere contemporaneamente le principali rotte utilizzate per portare il greggio del Golfo verso i mercati internazionali.

Arabia Saudita costretta a fermare la East-West Pipeline

L’Arabia Saudita ha chiuso temporaneamente la East-West Pipeline dopo una serie di attacchi con droni che hanno colpito infrastrutture lungo il tracciato.

Riyadh ha riferito che i droni utilizzati nell’attacco sono stati lanciati dal territorio iracheno. Le autorità saudite hanno sospeso il funzionamento dell’oleodotto per consentire verifiche di sicurezza e valutare i danni.

La vicenda assume un peso particolare perché la East-West Pipeline rappresenta uno degli asset strategici della rete energetica saudita: collega le aree produttive orientali del Regno con il porto di Yanbu sul Mar Rosso, permettendo di aggirare lo Stretto di Hormuz.

Negli ultimi mesi questa infrastruttura ha assunto un’importanza ancora maggiore proprio a causa delle difficoltà di transito nel Golfo Persico. Secondo le autorità saudite, circa 5 milioni di barili al giorno erano stati dirottati attraverso questa rotta alternativa.

Colpita proprio la via alternativa a Hormuz

È questo il punto che preoccupa maggiormente il mercato.

La East-West Pipeline era infatti diventata uno dei principali strumenti attraverso cui l’Arabia Saudita poteva ridurre la dipendenza dallo Stretto di Hormuz e continuare a esportare greggio verso il Mar Rosso.

La sua temporanea indisponibilità restringe quindi le alternative logistiche in un momento in cui anche le rotte marittime regionali sono sottoposte a forti tensioni.

L’oleodotto ha una capacità teorica nell’ordine di 7 milioni di barili al giorno, dimensione che rende ogni problema operativo particolarmente sensibile per gli equilibri del mercato petrolifero internazionale.

Rinviato il vertice in Oman sullo Stretto di Hormuz

Ad aggravare il clima di incertezza è arrivato anche il rinvio del vertice regionale previsto in Oman.

L’incontro avrebbe dovuto riunire Iran e diversi Paesi arabi per discutere della navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti al mondo per petrolio e gas.

Il ministro degli Esteri omanita ha spiegato che il rinvio è stato deciso per consentire la costruzione di un consenso più ampio tra i Paesi partecipanti. Al momento non è stata indicata una nuova data.

Il mancato appuntamento viene però letto dai mercati come un ulteriore segnale delle difficoltà diplomatiche nel ridurre rapidamente la tensione nell’area.

Il Brent torna verso quota 110 dollari

Le quotazioni hanno reagito immediatamente.

Nel corso della mattinata il Brent si è spinto oltre 107 dollari al barile, avvicinandosi nuovamente alla soglia psicologica dei 110 dollari, mentre il WTI è rimasto stabilmente sopra quota 100.

Le rilevazioni internazionali hanno mostrato oscillazioni anche superiori al 3% nelle prime fasi della seduta, confermando l’elevata volatilità che caratterizza ormai il mercato energetico.

Il movimento arriva dopo settimane di forti rialzi del greggio e mostra come le quotazioni siano diventate estremamente sensibili a qualsiasi notizia riguardante infrastrutture, rotte marittime e possibili riduzioni dell’offerta mediorientale.

Aumenta il premio di rischio geopolitico

Il rischio per il mercato non riguarda soltanto una riduzione immediata della produzione.

A pesare è soprattutto la possibilità che il sistema logistico utilizzato dai produttori del Golfo diventi progressivamente più fragile.

Alle difficoltà nello Stretto di Hormuz si aggiungono infatti le tensioni nel Mar Rosso e nell’area di Bab el-Mandeb, mentre gli attacchi alle infrastrutture terrestri saudite mostrano come anche le rotte alternative possano diventare vulnerabili.

Se le interruzioni dovessero protrarsi, la conseguenza sarebbe un aumento non soltanto del prezzo fisico del greggio ma anche dei costi di trasporto, assicurazione e approvvigionamento energetico, con possibili ripercussioni sull’inflazione internazionale.

Per il momento il mercato resta quindi concentrato sui tempi necessari per il ripristino della pipeline saudita e sull’evoluzione dei negoziati regionali. Con Brent sopra 107 dollari e WTI oltre 102, ogni nuovo episodio nel Golfo può tradursi rapidamente in un’altra accelerazione delle quotazioni.