Istat, l’Italia verso 45,8 milioni di abitanti nel 2080: cresce il peso degli anziani e cala la forza lavoro

L’Italia si prepara ad affrontare una trasformazione demografica profonda, caratterizzata da una popolazione progressivamente più ridotta e anziana. Le nuove previsioni dell’Istat su popolazione residente, famiglie e forza lavoro indicano infatti un calo demografico destinato a proseguire lungo l’intero periodo compreso tra il 2025 e il 2080, anche negli scenari più favorevoli.

Tra i fenomeni più rilevanti emerge il progressivo invecchiamento della popolazione, alimentato dall’ingresso nelle fasce di età più avanzate delle generazioni del baby boom. Il saldo migratorio dovrebbe rimanere positivo, ma senza raggiungere livelli sufficienti a compensare lo squilibrio tra nascite e decessi.

Parallelamente cambierà la struttura delle famiglie, che diventeranno mediamente più piccole, mentre la riduzione della popolazione in età lavorativa porrà nuove sfide al sistema economico e al welfare.

La popolazione italiana scenderà a 45,8 milioni

Secondo le previsioni dell’Istat, la popolazione residente passerà dai 58,9 milioni di abitanti del 2025 a 58,7 milioni nel 2030.

La contrazione diventerà più evidente negli anni successivi: nel 2050 i residenti dovrebbero essere circa 55 milioni, per poi scendere fino a 45,8 milioni nel 2080.

Il fenomeno non interesserà però tutte le aree del Paese con la stessa intensità.

Il Nord è l’unica ripartizione per la quale viene prevista una crescita nel breve periodo, passando da 27,5 milioni di abitanti nel 2025 a 27,7 milioni nel 2030. Successivamente anche questa tendenza dovrebbe invertirsi, portando la popolazione settentrionale a 24,2 milioni nel 2080.

Nel Centro il calo è già previsto nel breve periodo, anche se inizialmente contenuto, fino ad arrivare a 9,3 milioni di residenti nel lungo termine.

La dinamica più sfavorevole riguarda il Mezzogiorno, dove la popolazione dovrebbe contrarsi fino a 12,3 milioni nel 2080, oltre un terzo in meno rispetto ai livelli iniziali.

Il saldo migratorio non compenserà il calo naturale

Alla base della diminuzione della popolazione resta il persistente squilibrio tra nascite e decessi.

Il saldo migratorio estero dovrebbe mantenersi positivo lungo l’intero periodo considerato: dalle circa 296mila persone del 2025 dovrebbe scendere a 247mila nel 2030 e a 204mila nel 2050, per poi risalire a 221mila nel 2080.

Nonostante questo contributo, secondo le proiezioni non sarà possibile compensare le perdite determinate dal saldo naturale negativo, neppure negli anni caratterizzati dai livelli più elevati del saldo migratorio.

L’età media supererà i 52 anni

La prospettiva considerata più certa è quella dell’invecchiamento della popolazione.

Un ruolo determinante sarà svolto dal progressivo ingresso nelle età anziane delle generazioni nate durante il baby boom degli anni Sessanta e della prima metà degli anni Settanta.

Tra il 2025 e il 2030 l’età media dovrebbe salire da 46,9 a 48 anni. Nel periodo compreso tra il 2030 e il 2050, quando il passaggio delle generazioni del baby boom nelle fasce anziane raggiungerà la massima intensità, l’età media supererà i 51 anni.

Nel lungo periodo il processo proseguirà con ritmi più contenuti, portando l’età media a 52,1 anni nel 2080.

A cambiare sarà anche il peso degli over 65: la loro quota passerà dal 24,7% del 2025 al 27,2% nel breve periodo, raggiungerà il 34,5% nel medio termine e arriverà al 36,8% nel 2080.

Raddoppia il peso degli over 85

Particolarmente significativo è l’aumento della popolazione con 85 anni e più, fascia maggiormente esposta a bisogni di carattere assistenziale e sanitario.

La quota dei cosiddetti grandi anziani passerà dal 4,1% della popolazione nel 2025 al 4,4% nel 2030, superando il 7% nel 2050 e raggiungendo l’8,4% nel 2080.

L’evoluzione rappresenta una delle principali sfide indicate per il sistema di welfare e per l’organizzazione dei servizi sociosanitari, chiamati a confrontarsi con una presenza crescente delle fasce di popolazione più anziane.

Aumentano anche le persone che vivono sole

Al progressivo invecchiamento si affianca un altro cambiamento rilevante: l’aumento delle persone sole.

Tra il 2025 e il 2050 il loro numero dovrebbe salire da 10 milioni a 11,6 milioni, con una crescita del 16%. La quota sul totale delle famiglie aumenterebbe così dal 37,5% al 42%.

Il fenomeno riguarda in particolare la popolazione anziana. Nel 2025, su 10 milioni di persone che vivono sole, 4,6 milioni, pari al 46,3%, hanno almeno 65 anni.

Entro il 2050 gli over 65 che vivono soli potrebbero raggiungere 6,6 milioni, arrivando a rappresentare il 57% degli 11,6 milioni di individui soli previsti.

Più famiglie, ma nuclei sempre più piccoli

Anche la struttura delle famiglie italiane è destinata a cambiare.

Il numero complessivo dovrebbe passare da 26,7 milioni nel 2025 a un massimo di 27,9 milioni nel 2043, per poi ridursi a 27,6 milioni nel 2050, anche per effetto della progressiva estinzione delle generazioni del baby boom.

All’aumento iniziale del numero delle famiglie corrisponderà però una riduzione della loro dimensione.

La media dovrebbe infatti passare da 2,20 componenti nel 2025 a 1,98 nel 2050, mentre aumenteranno le famiglie senza nucleo, cioè prive di una relazione di coppia o di figli.

Il quadro delineato dall’Istat indica quindi una progressiva diffusione di strutture familiari più piccole e frammentate.

Sale il tasso di attività ma diminuisce la forza lavoro

Sul fronte del lavoro emerge una dinamica apparentemente opposta. Il tasso di attività, che misura la quota delle forze di lavoro rispetto alla popolazione tra i 15 e i 64 anni, è previsto in crescita.

Nello scenario mediano dovrebbe passare dal 66,7% del 2025 al 71% nel 2050. L’incremento sarebbe sostenuto soprattutto dalla maggiore partecipazione femminile al lavoro e da una permanenza più prolungata delle persone nelle fasce di età lavorative più mature.

Questa evoluzione non sarà tuttavia sufficiente a neutralizzare gli effetti della contrazione demografica.

La forza lavoro tra 15 e 64 anni dovrebbe infatti diminuire da 24,8 milioni a 21,4 milioni, con circa 3,4 milioni di persone in meno.

La maggiore partecipazione al mercato del lavoro avrebbe dunque una funzione di parziale compensazione, limitando la riduzione della forza lavoro senza riuscire a eliminarla.

Demografia e welfare tra le principali sfide future

Le previsioni dell’Istat delineano così un cambiamento strutturale che coinvolgerà contemporaneamente popolazione, famiglie e mercato del lavoro.

La diminuzione del numero di residenti, la crescita degli over 65 e degli over 85, l’aumento delle persone anziane che vivono sole e la riduzione della popolazione in età lavorativa rappresentano fenomeni strettamente collegati.

Il risultato sarà un’Italia con meno abitanti, famiglie mediamente più piccole e una quota crescente di popolazione anziana. Allo stesso tempo, la maggiore partecipazione al lavoro, in particolare quella femminile, potrà attenuare parte degli effetti della contrazione della popolazione attiva.

Il nodo centrale dei prossimi decenni sarà quindi la capacità del sistema economico, del mercato del lavoro, del welfare e dei servizi sociosanitari di adattarsi a una struttura demografica profondamente diversa da quella attuale.