Ex Ilva ricorre in Cassazione per evitare lo stop all’area a caldo
- 15 Agosto 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Aziende
Ilva in amministrazione straordinaria ha impugnato davanti alla Corte di Cassazione il decreto della Corte d’Appello di Milano che dispone la fermata entro 90 giorni dell’area a caldo dell’ex stabilimento di Taranto, ritenuta fonte di emissioni nocive tra polveri sottili e amianto.
I termini fissati dai giudici stanno già decorriendo e, secondo quanto indicato nel ricorso, scadranno prima della fine di ottobre. Il ricorso, presentato il 14 agosto e composto da 82 pagine, chiede la cassazione del decreto n. 425/2026 emesso il 9 luglio 2026, che impone lo spegnimento degli altiforni e delle acciaierie.
La contestazione non riguarda soltanto il gestore impiantistico: il ricorso è diretto anche contro il gruppo di cittadini che aveva promosso l’azione giudiziaria, la Regione Puglia, il Gruppo di intervento giuridico, il Codacons, oltre che nei confronti di Acciaierie d’Italia spa e Acciaierie d’Italia holding, entrambe in amministrazione straordinaria, e delle procure coinvolte nel procedimento. In totale sono elencati quattordici motivi alla base dell’impugnazione.
La competenza è del giudice amministrativo
Nei primi due capi di ricorso Ilva in amministrazione straordinaria sostiene che la Corte d’Appello di Milano abbia esaminato e deciso su una controversia che, a suo avviso, rientra nella competenza del giudice amministrativo. Secondo la parte ricorrente, la Corte d’Appello avrebbe pronunciato statuizioni che spettano alle pubbliche amministrazioni e non all’autorità giudiziaria.
Il principio contestato riguarda in particolare la determinazione del perimetro e del contenuto della Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) aggiornata nel 2025: i ricorrenti affermano che la Corte si sarebbe sostituita all’amministrazione competente, pretendendo di fissare direttamente prescrizioni e misure tecniche che dovrebbero essere oggetto di valutazione amministrativa e di riesame tecnico.
Viene inoltre contestata la disapplicazione, da parte dei giudici di merito, della AIA 2025 e del decreto del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica n. 278/2023 nonché dell’orientamento espresso dall’ISPRA, ritenuta operata senza i presupposti giuridici necessari. In considerazione delle immediate conseguenze operative, Ilva in amministrazione straordinaria annuncia di riservarsi di chiedere la sospensione degli effetti del provvedimento alla stessa Corte d’Appello.
I legali: nessuna proroga delle prescrizioni ambientali
Gli avvocati che rappresentano la società in amministrazione straordinaria — Giuseppe Lombardi, Marco Annoni, Lazare-David Vittone Tassinari, Raffaele Cassano e Alberto Villa — hanno formalizzato le ragioni giuridiche del ricorso, articolate attorno al rapporto fra prescrizioni istruttorie e aggiornamento dell’autorizzazione.
“Il rapporto tra prescrizioni istruttorie e successivo aggiornamento non costituisce una proroga delle misure ambientali, bensì il meccanismo attraverso il quale il legislatore assicura che l’autorizzazione segua l’evoluzione delle conoscenze tecniche, delle prestazioni dell’impianto e delle migliori tecniche disponibili”
Nel ricorso si sostiene che attribuire all’AIA la funzione di fissare in via definitiva e immutabile ogni intervento futuro contraddirebbe la ratio dell’art. 29-sexies e la giurisprudenza costituzionale che regolano l’adeguamento delle autorizzazioni ambientali alla luce di nuovi dati tecnici e scientifici.
Il quadro processuale è già articolato: la vicenda era infatti approdata anche alla Corte di giustizia dell’Unione Europea e ha visto l’alternarsi di fasi giudiziarie nazionali e sovranazionali. La pronuncia della Suprema Corte sarà dunque determinante non solo per le sorti dell’impianto, ma anche per i confini tra giurisdizione amministrativa e giurisdizione civile in materia ambientale.
Dal punto di vista operativo, l’eventuale applicazione immediata del provvedimento di fermata comporterebbe ripercussioni sulla produzione siderurgica, sull’occupazione locale e sulle forniture dell’intera filiera dell’acciaio nazionale, con possibili effetti a catena sui mercati e sugli investimenti legati al settore.
In sintesi
- L’esito del ricorso alla Corte di Cassazione potrebbe ridefinire i limiti della competenza tra giudice amministrativo e giudice civile, creando un precedente con impatti regolatori per le autorizzazioni ambientali in Italia.
- Un blocco prolungato dell’area a caldo rischia di comprimere l’offerta di acciaio nazionale, con possibili aumenti di prezzo e pressioni sulle imprese italiane dipendenti dalle forniture locali.
- Per gli investitori, l’incertezza giudiziaria evidenzia rischi regolatori e operativi nel settore siderurgico; una decisione favorevole alla sospensione del provvedimento ridurrebbe temporaneamente il rischio operativo, ma non elimina le complessità normative.
- Dal punto di vista economico regionale, Taranto resta un caso emblematico di intersezione tra salute pubblica, tutela ambientale e sostenibilità industriale: la soluzione richiederà integrazione tra competenze tecniche, pianificazione industriale e politiche di sostegno occupazionale.