Sciopero all’ex Ilva di Taranto: protesta paralizza la statale
- 3 Agosto 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Aziende
Sciopero di otto ore oggi dei lavoratori dell’ex Ilva a Taranto, con un presidio sulla statale 7 — la strada esterna allo stabilimento — durato circa un’ora e promosso da Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm e Usb. L’azione si inscrive in un clima di forte tensione dopo la decisione della Corte d’Appello di Milano che ha imposto lo spegnimento entro 90 giorni dell’insieme di impianti a caldo (parchi minerali, cokerie, altiforni e acciaierie) per motivi ambientali legati a polveri sottili e amianto. Lo stop imminente riguarda una fabbrica che già operava a capacità ridotta, ma ora rischia di interrompere completamente la produzione d’acciaio e di fermare le attività anche nelle aree a freddo collegate a Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi.
Tavoli convocati dal Mimit
Da domani iniziano al Mimit una serie di incontri convocati dal ministro delle Imprese, Adolfo Urso, che proseguiranno fino al 6 agosto per definire misure straordinarie a tutela dei lavoratori e per valutare possibili soluzioni industriali. All’appello sono chiamati non solo i sindacati e le rappresentanze regionali di Taranto e della Puglia, ma anche soggetti imprenditoriali come Confindustria (nazionale e territoriale), Federmeccanica, Federacciai, i commissari dell’azienda e di Acciaierie d’Italia, oltre a Cassa Depositi e Prestiti e altre associazioni di categoria coinvolte nell’indotto.
Richieste delle imprese
Le associazioni imprenditoriali hanno dichiarato:
“È necessario un decreto governativo che eviti un disastro socio‑economico e permetta di individuare un percorso praticabile per salvaguardare un asset industriale strategico. Puntiamo a tecnologie a basso impatto ambientale che possano mantenere valore produttivo per il Paese. Prima di chiudere l’area a caldo bisogna avere un progetto di bonifica e un piano industriale chiaro con tempi, investimenti e responsabilità definite.”
Le associazioni sottolineano l’urgenza di chiarire quale destino verrà immaginato per i siti e con quali risorse verranno sostenuti eventuali piani di riconversione o bonifica, mettendo in evidenza la necessità di attrarre investitori con garanzie e progetti concreti.
Posizione dei sindacati
Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm hanno dichiarato:
“La priorità è rendere l’ex Ilva ecocompatibile attraverso un ciclo produttivo che coniughi ambiente e salute, preservando l’occupazione e con lo Stato garante della transizione. La decisione della Corte d’Appello che impone la chiusura dell’area a caldo in 90 giorni dimostra che negli ultimi due anni non sono stati risolti i nodi sollevati dai lavoratori.”
I sindacati hanno annunciato la mobilitazione nazionale permanente e chiedono un piano straordinario di rilancio e messa in sicurezza dell’area, con strumenti di tutela per i dipendenti come prepensionamenti, esodi incentivati e forme di compensazione per i rischi sanitari subiti.
Implicazioni occupazionali e di filiera
Il perimetro dei lavoratori direttamente coinvolti comprende quasi 10mila addetti dell’area gestita da Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, ai quali si aggiungono le imprese appaltatrici e l’indotto su scala nazionale. Uno stop prolungato agli impianti a caldo determinerebbe ricadute immediate su forniture, contratti e sull’occupazione nelle filiere collegate, con potenziali effetti anche sui mercati dell’acciaio e sulle commesse di infrastrutture e cantieristica.
Oltre all’emergenza occupazionale, resta aperto il tema della bonifica ambientale e della responsabilità degli investimenti necessari: serve un quadro normativo e finanziario che consenta interventi rapidi ma sostenibili, con la partecipazione degli enti pubblici (anche come garanti o co‑investitori) e di operatori privati interessati a progetti di transizione pulita.
Scenari possibili e ruolo delle istituzioni
Le istituzioni centrali dovranno valutare strumenti d’intervento che vanno dal decreto ad hoc per la gestione dell’emergenza fino a piani di lungo termine che contemplino bonifica, riconversione produttiva e incentivi per tecnologie a minore impatto ambientale. Cassa Depositi e Prestiti e il Governo potrebbero assumere un ruolo chiave nel garantire risorse finanziarie e nel coordinare investimenti pubblici e privati.
Un elemento cruciale sarà la tempistica: i 90 giorni imposti dalla sentenza impongono risposte rapide, ma interventi affrettati potrebbero generare incertezza e scoraggiare investimenti stabili. Per questo, le trattative in corso al Mimit saranno decisive per stabilire percorsi praticabili che riducano il rischio di crisi sociale e preservino capacità industriale strategica per il Paese.
In sintesi
- La sospensione dell’area a caldo mette a rischio la continuità delle forniture d’acciaio: i mercati nazionali e alcune commesse infrastrutturali potrebbero subire ritardi che influenzano catene di valore italiane ed europee.
- Per gli investitori occorre chiarezza normativa e temporale: senza un piano credibile di bonifica e rilancio, il rischio percepito aumenta e gli investimenti strategici potrebbero essere rimandati o ridimensionati.
- Un intervento pubblico‑privato coordinato, con ruoli chiari per lo Stato e per istituzioni finanziarie come Cassa Depositi e Prestiti, è essenziale per coniugare sostenibilità ambientale e mantenimento del tessuto occupazionale.