La Brexit non ha fermato gli scambi tra Italia e Uk: export 2025 verso i 27 miliardi

Roberto Costa ha dichiarato:

«Dieci anni dopo il referendum, la vera lezione per le imprese italiane non è quanto sia cambiato il Regno Unito, ma quanto siamo cambiati noi nel modo di starci dentro. La Camera lavora ogni giorno perché quella complessità diventi un vantaggio competitivo, non un ostacolo».

La riflessione di Roberto Costa, presidente della Camera di commercio e industria italiana per il Regno Unito, evidenzia come il decennale della Brexit serva più a misurare l’adattamento delle imprese italiane che le trasformazioni del mercato britannico. L’ente, parte del network delle Camere di commercio italiane all’estero, si è concentrato nel tempo nell’assistere le aziende nel trasformare regole e adempimenti in opportunità operative.

La prima frattura segnalata dalle imprese è stata soprattutto psicologica, prima ancora che normativa. Nel periodo di transizione molte piccole e medie imprese, in particolare nei settori del food & beverage e del tessile, hanno adottato una strategia attendista, sospendendo o rallentando progetti di espansione già avviati. A pesare è stato l’aumento della burocrazia e della complessità operativa in alcune filiere.

Il Trade and Cooperation Agreement entrato in vigore nel gennaio 2021 ha introdotto regole di origine, nuove barriere sanitarie e fitosanitarie, un raddoppio degli adempimenti doganali e una maggiore frammentazione delle catene logistiche. Questi cambiamenti si sono tradotti in costi aggiuntivi e maggiore lavoro amministrativo che molte pmi meno strutturate non hanno potuto — o scelto di non — sostenere, portando diverse realtà ad abbandonare il mercato britannico o a limitarvi la presenza a operazioni sporadiche.

Le testimonianze

Enzo Lamberti ha spiegato:

«Per il nostro settore gli effetti più impattanti sono stati sul fronte amministrativo e della forza lavoro. Tuttavia, questo Paese rimane uno dei principali mercati esteri del nostro gruppo, come dimostrano gli importanti investimenti fatti per realizzare una nuova piattaforma logistica inaugurata nel 2020».

La dichiarazione di Enzo Lamberti, amministratore delegato di LDH (La Doria), mette in luce due questioni ricorrenti: l’onere amministrativo cresciuto dopo la Brexit e la difficoltà di reperire manodopera. Nonostante ciò, le grandi imprese hanno spesso potuto assorbire i costi di adeguamento e continuare a investire sul mercato britannico, mantenendo canali distributivi e infrastrutture logistiche.

Marzo Zerboni ha affermato:

«Brexit è stata un disastro per la ristorazione: i costi di trasporto sono raddoppiati, i tempi si sono allungati, la manodopera non si trova e il potere d’acquisto dei britannici è diminuito. Noi andiamo bene, ma è un Paese irriconoscibile rispetto a quello che ho conosciuto quando sono arrivato qui».

Il racconto di Marzo Zerboni, titolare con Giulio Temporin di Up on the Tables, descrive l’impatto concreto sulle catene di fornitura e sul settore horeca: aumento dei costi di trasporto, allungamento dei tempi di consegna e problemi nei reclutamenti. Per gli operatori che lavorano come importatori e agenti di brand italiani, il quadro operativo è cambiato profondamente rispetto agli anni 90.

Roberto Costa ha aggiunto:

«Il volume degli scambi è rimasto stabile e, negli ultimi anni, osserviamo un riavvicinamento del Regno Unito all’Unione europea. Non credo si potrà tornare indietro rispetto a Brexit, ma ci sono delle aperture, come l’ipotesi di eliminare le certificazioni fitosanitarie sugli alimenti e il rientro nel programma Erasmus dal 2027».

Le aperture citate dal presidente della Camera di commercio suggeriscono possibilità di semplificazione su alcuni fronti, ma non cancellano la necessità per le imprese italiane di ripensare le proprie strategie commerciali: conformità normativa, logistica e gestione del rischio sono diventati elementi chiave per restare competitivi sul mercato britannico.

Sul piano operativo, questo decennio ha mostrato come la dimensione e la struttura aziendale influenzino la capacità di adattamento. Le imprese più strutturate hanno potuto investire in magazzini locali, digitalizzazione delle pratiche doganali e relazioni con partner logistici; molte pmi invece hanno dovuto ridurre la presenza o concentrarsi su nicchie meno sensibili agli effetti burocratici.

Dal punto di vista politico ed economico, il rapporto tra Regno Unito e Unione europea continuerà a modellare le condizioni di accesso al mercato: negoziati su certificazioni, sanità animale e servizi rimarranno variabili da monitorare per gli esportatori italiani. Nel breve termine è probabile che l’attenzione resti sulla semplificazione delle procedure e sulla stabilità normativa, elementi che favorirebbero nuovi investimenti diretti e una ripresa più netta degli scambi.

In sintesi

  • Le imprese italiane devono considerare la compliance e la resilienza della supply chain come criteri d’investimento essenziali: la localizzazione di magazzini e hub logistici nel Regno Unito può ridurre i rischi commerciali ma aumenta il capitale immobilizzato.
  • Per gli investitori, i segmenti più resilienti sono quelli a valore aggiunto (prodotti tipici, artigianato di qualità, servizi B2B), dove la differenziazione di prodotto compensa maggiormente i costi di compliance.
  • Le possibili semplificazioni normative, come la revisione delle certificazioni fitosanitarie, rappresentano un fattore che potrebbe ridurre le barriere d’ingresso e riaccendere flussi commerciali, ma dipendono da scelte politiche e tempi negoziali che restano incerti.
  • Per il sistema produttivo italiano la lezione principale è strategica: sviluppare capacità interne di gestione doganale e digitale e puntare su partnership locali in UK può trasformare la complessità post-Brexit in una leva competitiva.


Author: Tony
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