Kering, il piano ReconKering fa scintille: il lusso è creatività, ma anche sciopero
- 12 Maggio 2026
- Posted by: Katherine Puce
- Categoria: Aziende, Economia, Editoriale 2, Newsletter
Quando il rilancio suona come un trasloco con scatoloni umani
Il grande piano di rilancio di Kering firmato Luca de Meo, in foto, ha già trovato il suo primo accessorio di stagione: uno sciopero. Altro che passerella, qui sfilano Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil, che per il 20 maggio hanno proclamato una mobilitazione in tutte le aziende italiane del Gruppo, da Gucci a Saint Laurent, da Bottega Veneta a Balenciaga, fino a Alexander McQueen, Ginori 1735 e Roman Style ex Brioni.
La manifestazione principale è prevista a Firenze, con iniziative anche in altri territori. Insomma, il piano si chiama ReconKering, ma per ora sembra più una puntata di “Indovina cosa succede ai lavoratori”.
Il piano misterioso che tutti dovrebbero applaudire senza averlo visto
Secondo i sindacati, il problema non è solo il merito del progetto, ma anche il piccolo dettaglio che ReconKering non sarebbe mai stato davvero presentato alle rappresentanze dei lavoratori. Una finezza, certo: riorganizzare un Gruppo globale senza spiegare troppo a chi ci lavora dentro. Del resto, perché rovinare la magia del lusso con banalità come il confronto sindacale?
Le sigle contestano l’indisponibilità del management a discutere il piano e chiedono di riaprire un canale serio con le rappresentanze, così da capire cosa preveda davvero questo rilancio e, soprattutto, chi rischi di pagarne il conto. Spoiler non richiesto: difficilmente saranno le brochure patinate.
Alexander McQueen e la dieta aziendale: meno negozi, meno certezze
Il caso più delicato riguarda Alexander McQueen, dove sono stati annunciati 54 esuberi. Secondo i sindacati, l’azienda non avrebbe intenzione di attivare alcun tipo di ammortizzatore sociale, scelta che ha il fascino discreto di una porta chiusa in faccia mentre fuori piove.
Le organizzazioni chiedono il ritiro immediato dei licenziamenti, la tutela dei posti di lavoro e la ricerca di soluzioni alternative agli esuberi. Tradotto dal sindacalese: prima di trattare le persone come righe di Excel con una camicia più costosa, magari parliamone.
Il marchio britannico è tra quelli più coinvolti nella cosiddetta “cura de Meo”. Durante il Capital Markets Day, il manager aveva indicato una semplificazione degli Sku e un ridimensionamento importante della rete retail. Entro fine 2026, i negozi dovrebbero ridursi del 50% rispetto alla dimensione attuale. Una dieta lampo: meno punti vendita, meno complessità, e speriamo non meno dignità.
Il lusso resta un’industria, e infatti arrivano i conti della serva
La frase attribuita a de Meo— “Il lusso è creatività, ma resta soprattutto un’industria” — suona elegante, quasi filosofica. Poi però arriva la parte industriale vera: tagli, chiusure, riorganizzazioni, riduzione dei costi e lavoratori che scoprono di essere diventati improvvisamente troppo “operativi” per il nuovo sogno creativo.
La questione è tutta qui: Kering punta a rilanciare i propri marchi, semplificare le strutture, rendere più efficiente la macchina e ridurre le spese. Tutto comprensibile, persino logico. Il dettaglio comico, o tragicomico, è che quando le aziende parlano di “rilancio”, spesso qualcuno viene lanciato davvero. Solo non nella direzione che sperava.
Gucci, Balenciaga e compagnia: la famiglia elegante con il mal di pancia
La mobilitazione coinvolge l’intero perimetro italiano del Gruppo: Gucci, Saint Laurent, Bottega Veneta, Balenciaga, Alexander McQueen, Ginori 1735 e Roman Style ex Brioni. Una costellazione di nomi che fa pensare a boutique raffinate, campagne fotografiche concettuali e showroom pieni di silenzi costosi.
Dietro quelle insegne, però, ci sono lavoratrici e lavoratori che chiedono di sapere se il futuro aziendale preveda crescita condivisa o solo una raffinata operazione di snellimento. Perché va bene parlare di creatività, ma quando la creatività consiste nel tagliare personale e chiamarlo “trasformazione”, anche il dizionario alza un sopracciglio.
Gli analisti applaudono, i sindacati meno: strano, vero?
Mentre i sindacati si agitano, alcuni osservatori economici sembrano guardare con favore al piano, soprattutto per la possibile riduzione strutturale dei costi legata alla chiusura di circa 250 negozi tra il 2026 e il 2030. Una notizia che, nei salotti della strategia, può sembrare “efficienza”. Nei negozi, invece, potrebbe suonare come “dobbiamo parlarle un attimo”.
Il ritorno alla crescita di Gucci viene indicato come possibile solo più avanti, nel quarto trimestre 2026. Nel frattempo, il Gruppo prova a rimettere ordine nella casa, mentre chi quella casa la manda avanti chiede almeno di non essere spazzato sotto il tappeto di design.
Morale della boutique
Il piano ReconKering nasce per rimettere in moto un colosso del lusso, ma il debutto non è esattamente da standing ovation. I sindacati chiedono confronto, garanzie e soluzioni condivise. Il Gruppo parla di rilancio, semplificazione e industria. In mezzo ci sono le persone, cioè quel dettaglio vintage che ogni tanto disturba le grandi narrazioni manageriali.
Finto consiglio finale: la prossima volta, prima di chiamare un piano ReconKering, magari presentarlo anche a chi lavora in Kering. Sembra una follia, ma potrebbe persino funzionare.