Nucleare: ecco perché dopo l’addio Italia e Germania ci ripensano

Il primo a rilevare valori anomali fu un tecnico della centrale di Forsmark, in Svezia: nella mattina del 26 aprile 1986 gli strumenti segnalarono livelli di radiazione insolitamente elevati. Dopo due giorni di silenzio l’allora potere sovietico ammise l’accaduto riguardante la centrale di Chernobyl.

Unione Sovietica disse:

“Si è verificato un incidente nella centrale nucleare di Chernobyl.”

A distanza di quarant’anni quell’evento rimane il disastro nucleare più grave della storia moderna e, simbolicamente, è parte della memoria collettiva sulla vulnerabilità dell’approvvigionamento energetico. Per Paesi come Italia e Germania, che hanno rinunciato all’atomo civile, Chernobyl richiama la questione della dipendenza energetica; altri Stati — dalla Svezia all’Ucraina, fino al Giappone — hanno seguito scelte diverse, con conseguenze geopolitiche e industriali distinte.

I referendum in Italia e il contesto internazionale

In Italia la risposta popolare fu netta: nel 1987, alla prima consultazione dopo l’incidente, una larghissima maggioranza votò per abrogare le norme che agevolavano la costruzione e la gestione di impianti nucleari. La mobilitazione civile e le preoccupazioni ambientali determinarono poi, nel 2011, un nuovo pronunciamento ancora più deciso dopo il disastro di Fukushima del marzo precedente.

Quel sisma e lo tsunami che colpirono il Giappone portarono a un incidente classificato con il massimo livello di gravità nella scala internazionale Ines, riaprendo il dibattito globale sulla sicurezza nucleare e influenzando scelte politiche ed elettorali in Europa.

Chicco Testa ricordò il suo percorso, da ambientalista contrario all’atomo a sostenitore della sua possibile reintroduzione, osservando:

“Se si tornasse ad un referendum, sono relativamente fiducioso.”

Testa ha spiegato che il sentimento dell’opinione pubblica è mutato per ragioni complesse: l’aumento del costo dell’energia, un atteggiamento più pragmatico da parte dei giovani e una diversa percezione delle rinnovabili rispetto al passato.

La svolta energetica tedesca

La reazione globale agli incidenti di Chernobyl e Fukushima accelerò, in Germania, la cosiddetta Energiewende: la politica deliberata di dismissione del nucleare e di transizione verso fonti rinnovabili. Negli ultimi anni il processo ha visto lo spegnimento degli ultimi reattori e interventi fisici sugli impianti, segnando una rottura significativa nella strategia energetica tedesca.

La decisione fu influenzata non solo da ragioni ambientali e di consenso politico interno, ma anche da fattori economici: prezzi del gas a basso costo proveniente dalla Russia e dinamiche geopolitiche che all’epoca sembravano stabilire fonti energetiche affidabili e a buon mercato per l’industria tedesca.

Chicco Testa osservò in proposito:

“All’epoca vi fu la necessità di ottenere il sostegno dei Verdi e, contestualmente, c’era una grande disponibilità di gas russo a basso prezzo.”

Con il mutare della geopolitica, in particolare dopo l’aggressione all’Ucraina, molte certezze su approvvigionamenti e dipendenze sono venute meno, inducendo Paesi e imprese a riconsiderare strategie di sicurezza energetica e diversificazione delle forniture.

Il dibattito attuale in Italia

Negli ultimi mesi il tema del nucleare è tornato al centro del confronto politico ed economico in Italia. Il ministro responsabile del dossier ha annunciato l’intenzione di avviare un percorso legislativo che definisca tempi e regole per eventuali nuovi progetti, con l’obiettivo di completare la fase normativa e avviare successivi decreti attuativi entro l’anno.

Sul piano internazionale, il direttore della Agenzia internazionale dell’energia ha invitato a una rivalutazione delle scelte sul nucleare come leva per la stabilità economica e la sicurezza energetica nazionale.

Faith Birol said:

“Riconsiderare la scelta fatta sul nucleare. Per la prosperità economica, la sicurezza energetica, la sovranità nazionale.”

Il confronto pubblico coinvolge aspetti tecnici e politici: tempi di realizzazione degli impianti, costi di investimento e gestione dei rifiuti radioattivi, requisiti di sicurezza aggiornati e la possibilità di introduzione di tecnologie emergenti come i reattori modulari di piccola taglia (SMR). Le scelte saranno anche condizionate dalla capacità dell’industria nazionale di partecipare alla filiera e dall’interazione con gli obiettivi di decarbonizzazione.

In termini pratici, qualsiasi eventuale ritorno al nucleare richiederebbe procedure di autorizzazione lunghe, investimenti pubblici e privati significativi e una pianificazione delle infrastrutture di supporto, dalla rete elettrica alla gestione delle scorie. Per il sistema industriale italiano si tratta quindi di valutare benefici energetici contro costi finanziari e sociali.

Prospettive e nodi irrisolti

Al di là delle posizioni politiche, le opzioni attuabili si confrontano con vincoli pratici: la durata delle autorizzazioni, la formazione di competenze tecniche, la competitività rispetto alle rinnovabili e lo sviluppo di sistemi di accumulo. Anche il quadro finanziario europeo e gli incentivi alla transizione verde influenzeranno le scelte degli investitori.

Un altro elemento cruciale è la percezione pubblica: la fiducia nella sicurezza degli impianti e nella trasparenza delle scelte di governo condiziona l’accettazione sociale e, quindi, la fattibilità politica di grandi progetti energetici.

Implicazioni economiche a breve e medio termine

Sul fronte degli investimenti, il nucleare implica commit finanziari a lungo termine che possono distogliere risorse da progetti rinnovabili e di efficienza energetica a più rapido ritorno. Tuttavia, per alcuni segmenti industriali un programma nucleare nazionale può creare domanda per forniture, costruzioni e servizi specializzati, con ricadute occupazionali e tecnologie dual use.

Per il mercato elettrico italiano resta essenziale valutare l’impatto sui prezzi dell’energia, sulla stabilità della rete e sulla possibilità di ridurre l’esposizione a fluttuazioni dei mercati del gas. L’integrazione con la generazione rinnovabile e le soluzioni di accumulo sarà determinante per massimizzare il valore economico di qualsiasi nuova capacità baseload.

In sintesi

  • Un eventuale ritorno al nucleare in Italia richiederebbe investimenti pubblici e privati rilevanti; per gli investitori significa valutare orizzonti temporali lunghi e rischio politico regolatorio.
  • La strategia energetica influenzerà i mercati dell’elettricità: maggiore capacità baseload potrebbe stabilizzare i prezzi all’ingrosso, ma solo se integrata efficacemente con rinnovabili e accumulo.
  • Per l’industria nazionale il nucleare rappresenta opportunità di sviluppo tecnologico e occupazionale, a patto di costruire filiere competitive e formazione specialistica.
  • La sostenibilità finanziaria del percorso dipenderà dalla capacità di governare costi di decommissioning e gestione dei rifiuti, nonché dalla chiarezza normativa che riduca l’incertezza per gli operatori.