Borse e titoli di stato alle prese con lo spettro della stagflazione globale

La divergenza tra aspettative di inflazione a medio-lungo termine negli Stati Uniti e in Europa emerge con chiarezza: mentre il 5y5y implicito negli Usa è tornato vicino al 2,3% — in calo di circa 20 punti base dall’inizio dell’anno — nella Eurozona si osserva invece una risalita fino a circa il 2,1%, oltre 10 punti base in più nelle ultime settimane.

Divergenze nelle aspettative di inflazione

Questi movimenti riflettono letture differenti dei rischi macroeconomici: sul mercato statunitense si comincia a scontare un rallentamento della domanda, mentre in Europa cresce la preoccupazione per uno shock sui prezzi legato all’energia. La divergenza tra Bce e Fed nella percezione dei rischi rende il quadro più complesso per i gestori e per le banche centrali stesse.

Impatto sul mercato dei cambi

Cesarano osserva:

“Questa volta la Bce appare più pronta ad agire rispetto al passato, mentre la Fed può permettersi di attendere. Questa divergenza potrebbe riflettersi anche sul mercato dei cambi: il dollaro potrebbe tornare a essere guidato dal differenziale dei tassi nelle prossime settimane piuttosto che dalla funzione di bene rifugio. Se dovesse prevalere il negoziato sull’ipotesi di un conflitto esteso, è possibile un rimbalzo temporaneo dell’euro/dollaro verso area 1,18/1,20.”

Nel breve termine, quindi, il movimento della coppia euro/dollaro potrebbe dipendere più dai differenziali di politica monetaria che da fattori di rischio geopolitico immediati; tuttavia, qualsiasi escalation sul fronte energetico rimarrebbe un driver importante per la valuta unica.

Comportamento degli investitori istituzionali

Il quadro macro incerto si riflette anche nelle scelte degli investitori: i grandi investitori istituzionali tendono a chiedere conferme prima di modificare in modo rilevante l’asset allocation. Le prossime settimane saranno quindi decisive per stabilire se aumentare l’esposizione verso asset più resilienti in uno scenario di stagflazione o continuare a prezzare uno scenario più benigno, caratterizzato da soft landing o reflazione.

Rischio stagflazionistico e settore energetico

Luca De Biasi, ceo di Mercer Italia, osserva:

“L’impatto del conflitto sul settore energetico è tale da giustificare la possibilità di uno scenario di stagflazione nei prossimi mesi. Se il conflitto non dovesse risolversi rapidamente, è plausibile aspettarsi prezzi del petrolio ancora più alti.”

Questo elemento, combinato con il livello già elevato del gas naturale in Europa, può alimentare ulteriori pressioni sui prezzi e amplificare gli effetti sul costo dell’energia per famiglie e imprese. La persistenza di prezzi energetici elevati rende più probabile un rialzo prolungato dell’inflazione di fondo.

Trasmissione degli shock e implicazioni politiche

Il nodo cruciale riguarda la trasmissione di questi shock lungo la catena produttiva: prezzi dell’energia elevati e persistenti possono attivare meccanismi di aumento dei costi che le imprese trasferiscono sui prezzi finali, creando una dinamica di persistenza inflazionistica. La storia economica mostra che, una volta che i prezzi e i salari si adeguano verso l’alto, invertire la tendenza può essere complesso e costoso in termini di crescita.

Per le autorità politiche e le banche centrali il dilemma è chiaro: contenere l’inflazione senza compromettere eccessivamente la crescita. Le possibili risposte includono interventi fiscali mirati per attenuare gli effetti distributivi, misure per incrementare la sicurezza energetica (riserve strategiche, diversificazione delle forniture) e politiche strutturali per migliorare l’efficienza energetica delle imprese. La probabilità di scenari più gravi aumenta se i prezzi energetici restano elevati, rendendo necessarie decisioni coordinate tra politica monetaria, politica fiscale e politica energetica.