Carburanti, prezzi fermi da una settimana: perché lo sconto è sparito

Nel corso dell’ultima settimana i prezzi alla pompa sono apparsi sostanzialmente immutati, secondo i dati settimanali pubblicati dal Ministero dell’Ambiente. In termini assoluti la benzina risulta mediamente più economica di circa 4 centesimi al litro e il gasolio di circa 1 centesimo, nonostante l’intervento pubblico da circa mezzo miliardo di euro rappresentato da un decreto legge che ha ridotto le imposte sui carburanti di 24,4 centesimi al litro.

La quota delle imposte sul prezzo finale

Il rapporto ufficiale mette in evidenza quanto peso abbiano le imposte sul costo totale del carburante e quale sia, di conseguenza, la componente attribuibile al prezzo industriale. Il dato di riferimento del 16 marzo mostra che il prezzo medio della benzina era di 1,819 euro al litro, con una incidenza combinata di Accise e Iva pari al 55% del totale.

Una settimana dopo, pur con un prezzo medio alla pompa sostanzialmente invariato (1,779 euro al litro), la quota delle imposte si è ridotta al 44,6%, riflettendo l’effetto del decreto legge sul mix fiscale che incide sul prezzo finale.

Per il gasolio la dinamica è analoga: il 16 marzo il prezzo nazionale era di 2,033 euro al litro con Accise e Iva che ne rappresentavano il 51,1% (una delle tassazioni più elevate in Europa sul diesel). Il dato più recente indica un prezzo medio di 2,023 euro al litro e una quota fiscale scesa al 41,4%.

Il ruolo del prezzo industriale e del Brent

La parte definita prezzo industriale comprende la materia prima, la raffinazione e i costi di trasporto e distribuzione. Tra queste componenti la variabile dominante è la materia prima, cioè il petrolio, il cui valore è molto volatile sui mercati internazionali.

Il riferimento più usato per il mercato petrolifero è il Brent. Nei giorni intorno al 16 marzo il Brent si attestava intorno ai 95 dollari al barile, per poi salire anche fino a 110 dollari e successivamente ridiscendere verso la soglia dei 100 dollari al barile. Queste oscillazioni si riflettono, con ritardo, sui prezzi alla pompa.

Poiché le compagnie acquistano e stoccano il greggio a differenti prezzi, la composizione del parco rifornimenti determina la velocità con cui le variazioni internazionali impattano i listini nazionali: se il rifornimento è stato pagato a prezzi elevati, i distributori manterranno quotazioni alte fino allo smaltimento degli stock.

Tempi d’effetto, impatto sui consumatori e quadro politico

Sul breve periodo, quindi, gli effetti del taglio-accise possono risultare attenuati: la riduzione fiscale abbassa la parte statale del prezzo ma il prezzo industriale — condizionato dal costo del petrolio acquistato — può compensare in parte o totalmente il beneficio. Questo spiega perché, nonostante l’intervento pubblico, le variazioni alla pompa siano state limitate.

Il provvedimento ha un costo per le casse pubbliche stimato nell’ordine di alcune centinaia di milioni di euro e la sua estensione o trasformazione dipenderà sia dall’andamento dei prezzi internazionali sia da valutazioni di bilancio. Le autorità monitorano con attenzione l’evoluzione dei mercati per decidere eventuali proroghe o interventi aggiuntivi.

Dal punto di vista del consumatore, l’effetto pratico è per ora modesto: risparmi marginali alla pompa che possono diventare più evidenti solo se e quando il prezzo del Brent si stabilizzerà a livelli significativamente inferiori e gli approvvigionamenti a prezzi più elevati saranno esauriti.

Il taglio-accise è previsto fino al 7 aprile; entro quella scadenza il governo auspica che la combinazione di dinamiche internazionali e misure fiscali produca una diminuzione più percepibile nei listini, al fine di attenuare la pressione sui costi di mobilità per famiglie e imprese.



Author: Tony
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