Borsa in calo in Asia: precipitano Tokyo e Seul, petrolio ancora su

La settimana inizia con un forte calo dei mercati dell’Asia Pacifico: i principali indici del Giappone e della Corea del Sud registrano perdite superiori al 5%, alimentate dalla fuga degli investitori dagli asset a rischio mentre il conflitto in Medio Oriente entra nella quarta settimana consecutiva.

Donald Trump ha dichiarato:

“Avrei distrutto le centrali elettriche iraniane se Teheran non avesse riaperto completamente lo Stretto di Hormuz entro 48 ore.”

L’annuncio ha provocato una reazione da parte di Iran, che ha minacciato di colpire infrastrutture energetiche e impianti di desalinizzazione nel Golfo se gli Stati Uniti dovessero dare seguito all’ultimatum, con potenziali ricadute immediate sui mercati finanziari ed energetici globali.

Panoramica dei mercati asiatici

In Cina continentale la Borsa di Shanghai scende dell’1,59% a 3.894,20 punti, mentre la piazza di Shenzhen perde l’1,17% a 13.703,88 punti, con scambi che restano chiaramente in territorio negativo. Anche la Borsa di Hong Kong soffre: l’indice Hang Seng cala del 2,41% a 24.667,96 punti, con vendite diffuse durante la sessione mattutina.

Risvolti su valute, indici e materie prime

In India, dove i prezzi del greggio sono saliti per effetto delle tensioni mediorientali, sia il Bse Sensex a 30 azioni sia il Nse Nifty a 50 azioni sono calati di circa il 2%.

La Corea del Sud registra una giornata particolarmente negativa anche sul fronte valutario: il won sudcoreano è sceso ai minimi degli ultimi 17 anni rispetto al dollaro, toccando circa 1.510 won per dollaro, in un contesto di elevata volatilità.

Sul mercato delle materie prime il prezzo del petrolio continua a salire: il Wti con consegna a maggio è scambiato a 100,68 dollari al barile, in progresso del 2,49%, mentre il Brent con consegna a maggio quota 113,70 dollari, con un rialzo dell’1,35%.

Questi movimenti riflettono il timore degli operatori per possibili interruzioni delle forniture energetiche attraverso lo Stretto di Hormuz, una via di transito strategica per una quota significativa del petrolio trasportato via mare. L’inasprimento del conflitto aumenta la probabilità di pressioni al rialzo sui prezzi dell’energia, con possibili effetti sull’inflazione globale e sulle politiche delle banche centrali nei prossimi mesi.

In uno scenario di maggiore avversione al rischio gli investitori tendono a privilegiare i beni rifugio e i titoli di Stato delle economie avanzate, mentre le valute e i mercati azionari emergenti risentono maggiormente dello scivolone. L’evoluzione geopolitica nelle prossime settimane sarà determinante per stabilire la direzione dei mercati finanziari ed energetici.