Strage alla sinagoga di Roma del 1982: dopo oltre quarant’anni i terroristi finalmente rintracciati
- 17 Marzo 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Economia
Il 9 ottobre 1982 un commando appartenente all’organizzazione di Abu Nidal attaccò la Sinagoga di Roma sul finire della funzione religiosa, lanciando bombe a mano e aprendo il fuoco dalla cancellata secondaria che si affaccia su via Catalana, nel complesso del Tempio Maggiore.
Nell’attentato perse la vita il bambino Stefano Gaj Taché, di soli due anni, e circa quaranta persone rimasero ferite. Dopo decenni di indagini e inchieste frammentarie, la vicenda è tornata di nuovo al centro dell’attenzione giudiziaria.
La Procura di Roma ha notificato cinque avvisi di conclusione delle indagini a persone ritenute corresponsabili dell’azione, contestando ruoli che vanno dalla decisione e supervisione fino all’organizzazione logistica e al contributo operativo.
La pista di Parigi e la cooperazione internazionale
Le nuove attività investigative sono ripartite da elementi emersi a Parigi relativi a un altro attentato del 1982, quello del 2 agosto al ristorante Jo Goldenberg nel IV Arrondissement, dove morirono sei persone e oltre venti rimasero ferite. Quel fatto è stato attribuito alla stessa organizzazione coinvolta nell’attacco alla sinagoga romana.
Il collegamento tra gli attentati ha favorito la cooperazione tra le autorità italiane e il polo antiterrorismo francese e ha portato, l’8 febbraio 2023, alla costituzione di una Squadra investigativa comune per approfondire gli elementi di prova condivisi.
Le indagini hanno incrociato attività tecniche, dichiarazioni testimoniali, documenti giudiziari dell’epoca, fonti diplomatiche, materiali d’archivio e una memoria depositata il 14 giugno 2022 dalla Comunità ebraica di Roma, contribuendo a ricostruire fasi e responsabilità dell’azione.
I nomi indicati e le ipotesi di responsabilità
Le verifiche investigative hanno portato alla identificazione di cinque persone ora indicate come indagate: Abou Zayed Walid Abdulrahman, 68 anni, detenuto in Francia e già a giudizio per il caso di Rue des Rosiers; Abed Adra Mahmoud Khader, 71 anni, residente in Cisgiordania; Al Abassi Souheir Mohammad Hassan Khalil, 74 anni, residente in Giordania; Hamada Nizar Tawfiq Mussa, 65 anni, residente in Giordania; e Abu Arkoub Omar Mahdi Abdel Rahman, 66 anni, residente in Giordania.
Gli accertamenti hanno inoltre ipotizzato un concorso di responsabilità con altre figure citate negli atti, tra cui nominativi noti alle indagini storiche e alcuni deceduti nel frattempo, circostanza che complica l’attribuzione piena di responsabilità individuali.
La nuova istruttoria si innesta su un quadro già parzialmente definito: in passato la Corte d’Assise di Roma aveva condannato all’ergastolo il palestinese latitante Osama Abdel Al Zomar per concorso nell’attentato, con sentenza emessa il 23 maggio 1989 e divenuta irrevocabile l’11 maggio 1990.
Contesto storico e ricadute
L’attacco al Tempio Maggiore si colloca in un periodo caratterizzato da una serie di azioni transnazionali compiute da gruppi armati con obiettivi politici e ideologici che colpirono spesso civili e comunità ebraiche in Europa. Questi fatti mutarono sensibilmente l’approccio dei servizi di sicurezza e sollevarono questioni di cooperazione internazionale nella lotta al terrorismo.
Il riemergere del dossier dopo decenni ha un valore sia giuridico, per l’accertamento delle responsabilità, sia simbolico, per la memoria delle vittime e per il riconoscimento del danno subito dalla comunità colpita. La complessità nasce dal tempo trascorso, dalla dispersione delle fonti e dalle difficoltà procedurali legate a indagini svolte tra diversi ordinamenti giudiziari.
Prospettive investigative e istituzionali
Le autorità giudiziarie continueranno ad approfondire le risultanze acquisite, con l’obiettivo di consolidare il quadro probatorio necessario per eventuali richieste di rinvio a giudizio o per attivare procedure di cooperazione internazionale verso paesi esteri coinvolti.
La prosecuzione dell’istruttoria richiederà un coordinamento tra uffici in Italia, partner stranieri e, se necessario, canali diplomatici per ottenere documenti, audizioni e, dove possibile, misure cautelari o estradizionali. Sul piano istituzionale, il caso sottolinea l’importanza di mantenere operative reti investigative transfrontaliere per affrontare reati di matrice terroristica che superano confini nazionali.
La riapertura dell’indagine rappresenta dunque un passo rilevante per la ricerca della verità, per la tutela delle vittime e per il consolidamento della responsabilità penale in vicende storiche di terrorismo internazionale.