Come una scommessa ha scatenato una svolta aziendale

Nel corso dell’estate del 2020 Michael Saylor, allora amministratore delegato di quella che all’epoca si chiamava MicroStrategy, prese una decisione che avrebbe cambiato la strategia finanziaria della società quotata e influenzato molte assemblee societarie nei anni successivi.

La società, nata come azienda di software per business intelligence, disponeva di oltre 500.000.000 di dollari in liquidità. Saylor però interpretò quei fondi non come una riserva immobile ma come “ghiaccio che si scioglie”: con l’inflazione in aumento e i tassi vicini allo zero, detenere dollari gli sembrava più rischioso del solito.

Invece di parcheggiare la liquidità in obbligazioni o riacquisti di azioni, la società investì massicciamente in bitcoin. Nel mese di agosto 2020 MicroStrategy acquistò i primi 21.000 BTC per circa 250 milioni di dollari e continuò ad accumularne nel tempo, dando origine a ciò che oggi viene definito la strategia del tesoro in asset digitali: usare criptovalute, soprattutto bitcoin, come riserve societarie.

Il modello guadagnò nuova spinta nel 2024, quando Wall Street spalancò le porte agli investimenti istituzionali in criptovalute: dopo anni di confronto con i regolatori, la SEC approvò gli exchange-traded fund (ETF) spot su bitcoin a gennaio e successivamente gli ETF spot su ether a maggio, agevolando l’accesso degli investitori istituzionali al mercato crittografico.

Questa evoluzione normativa e di mercato incoraggiò altre società quotate a esplorare politiche simili. Tra gli esempi più inattesi ci fu quello di Semler Scientific, azienda di dispositivi medici che annunciò di aver acquistato bitcoin come parte di una nuova strategia di tesoreria ispirata direttamente a quella di MicroStrategy. Il presidente Eric Semler era un osservatore di lunga data dell’ecosistema crypto e la società motivò la scelta con la ricerca di un impiego del capitale inattivo ritenuto più difensivo rispetto alla valuta fiat.

La società originaria, poi ribattezzata Strategy e oggi orientata allo sviluppo nell’ecosistema bitcoin (con Michael Saylor nel ruolo di presidente esecutivo), vide il proprio titolo salire di oltre il 350% nel 2024 mentre la domanda per bitcoin aumentava. Dopo aver superato la fase critica del 2022, quando il prezzo era sceso fino alla fascia dei 15.000 dollari, l’investimento iniziale risultò alla prova dei fatti proficuo per i suoi sostenitori.

Tuttavia, la strategia non ha garantito risultati omogenei per tutti gli adottanti. Semler Scientific, pur avendo accumulato più di 5.000 bitcoin, ha visto il prezzo delle proprie azioni calare del 54% nell’anno e il valore di borsa scendere sotto quello precedente all’acquisto. A settembre la società concordò una fusione con un’altra azienda con tesoreria in bitcoin, Strive (ASST), ma i corsi di entrambe sono successivamente diminuiti ulteriormente.

Diffusione verso gli altcoin

L’attenzione non rimase confinata a bitcoin. Ether fu la prima alternativa ad attirare capitali aziendali, con figure come Joe Lubin e Tom Lee a capo di società intenzionate ad accumulare token ETH. Le speculazioni sull’eventuale approvazione futura di ETF legati ad altri token — ad esempio Solana o XRP — stimolarono ulteriore interesse verso la diversificazione delle tesorerie digitali.

Alcune società quotate, come la Trident Digital listata al Nasdaq, adottarono strategie differenziate inserendo nella tesoreria anche token diversi da bitcoin, segnalando un movimento di diversificazione tra gli early adopter.

Accanto a iniziative complesse e legittime, si è però registrata anche un’ondata di tentativi opportunistici: microcap e penny stock hanno sfruttato annunci di acquisti simbolici di criptovalute per generare rialzi temporanei dei corsi azionari, senza avere un’esposizione sostanziale o un modello di business legato alla blockchain.

Le oscillazioni dei mercati hanno poi imposto scelte difficili ad alcune società tesoreria. Un caso emblematico è quello di ETHZilla, che, dopo aver costruito una tesoreria focalizzata su ether, ha venduto circa 40 milioni di dollari in ETH per finanziare riacquisti di azioni proprie, in seguito al calo del valore di mercato che ha temporaneamente reso il prezzo delle azioni inferiore al valore delle riserve crypto.

Questi episodi ricordano che la natura volatile degli asset digitali può amplificare sia i guadagni sia le perdite e che la gestione di una tesoreria in criptovalute richiede politiche di governo societario, rischio e comunicazione particolarmente rigorose.

Nonostante la variabilità dei risultati, poche società hanno raggiunto la scala e la visibilità di Strategy: il bilancio del gruppo contiene ora più di 641.000 BTC, ossia circa il 3% dell’offerta totale stimata di bitcoin. Michael Saylor, passato da dirigente di software aziendale a paladino dell’asset digitale, resta la figura più riconoscibile e influente a favore di questa strategia.

Resta aperto il dibattito sul futuro della strategia del tesoro in criptovalute: potrà consolidarsi come componente strutturale della finanza aziendale moderna o essere considerata, col tempo, una bolla speculativa. La risposta dipenderà da fattori normativi, fiscali, contabili e dalla capacità dei consigli di amministrazione di integrare strumenti di gestione del rischio adeguati.

Per il momento la partita sembra rimanere nelle mani di chi ha determinazione, risorse e visione di lungo periodo: Michael Saylor e la strategia che ha promosso continuano a segnare il passo, mentre molte altre società osservano, sperimentano o cercano di adattarsi a un fenomeno che potrebbe ridisegnare alcune pratiche di tesoreria aziendale.