Acciaio, terzo anno in frenata: servono più aggregazioni
- 18 Novembre 2025
- Posted by: Tony
- Categoria: Aziende
L’industria dell’acciaio in Italia continua a registrare segnali di stress, con un andamento che non mostra ancora un’inversione di tendenza. Dopo la flessione del 2023 rispetto al biennio favorevole 2021‑2022, il 2024 evidenzia una prosecuzione del calo: il fatturato è diminuito del 9,1% e l’utile complessivo si è contratto di circa il 30%. Le prime rilevazioni per l’anno in corso indicano il rischio di un’ulteriore contrazione, con una diffusione delle perdite operative in alcune imprese che potrebbe estendersi a più ampi segmenti della filiera.
I dati provengono da Bilanci d’Acciaio, l’analisi condotta dall’Ufficio studi di Siderweb su 1.764 imprese della filiera, presentata a Brescia. L’indagine conferma difficoltà marcate ma evidenzia anche elementi di resilienza: numerose imprese hanno mostrato capacità di autofinanziamento e indici patrimoniali ancora solidi, fattori che offrono margini per tentare una ripresa competitiva.
Dati principali
Nell’ultimo esercizio analizzato il mercato dell’acciaio italiano ha realizzato un fatturato complessivo pari a 70,5 miliardi di euro, escluso il bilancio di Acciaierie d’Italia, con una riduzione di circa 7 miliardi rispetto all’anno precedente. L’Ebitda è sceso a 4,9 miliardi, in calo del 29% rispetto ai 6,9 miliardi del periodo precedente; l’utile è passato da 3 a 2,1 miliardi, mentre il valore aggiunto si è attestato a 10,36 miliardi.
Particolarmente preoccupante è la compressione del valore aggiunto dei prodotti, sintomo della pressione sui costi energetici e delle materie prime nonché dell’aumento dei prezzi dei semilavorati. Nonostante questi fattori, gli indicatori di solidità patrimoniale hanno mantenuto segnali di tenuta grazie soprattutto alla riduzione dell’indebitamento e all’aumento dei mezzi propri di molte imprese.
Cause e fattori strutturali
Paolo Morandi ha detto:
“I bilanci del 2024 e i nostri sondaggi per il 2025 mettono in luce criticità reali: la compressione degli Ebitda e una filiera ancora molto frammentata. L’anno appena trascorso è stato segnato da un contesto competitivo complesso, dove si sono sovrapposte trasformazioni tecnologiche, tensioni geopolitiche, costi energetici e vincoli normativi a livello europeo. Per il futuro servono scelte strategiche, tra cui una maggiore visione di sistema e iniziative di aggregazione lungo la filiera, insieme a investimenti su giovani e competenze.”
Le dinamiche segnalate includono la transizione tecnologica che richiede ingenti investimenti per la decarbonizzazione e la modernizzazione degli impianti, l’impatto dei dazi e delle politiche commerciali internazionali e la complessità delle normative ambientali ed energetiche europee. Questi elementi pesano sui margini di redditività e sulla capacità di investimento delle aziende.
Analisi del triennio
Claudio Teodori, docente all’Università degli Studi di Brescia e curatore della ricerca, ha illustrato il quadro dell’ultimo triennio, evidenziando la tendenza alla riduzione dei ricavi e le variazioni negli indicatori di redditività e solidità.
“Considerando l’intero triennio, la contrazione media del fatturato è stata del 12,1%. L’incidenza dell’Ebitda sulle vendite è diminuita di circa 4 punti percentuali, principalmente per un minore assorbimento del costo del lavoro legato alla ridotta attività. Al contrario, gli indicatori di solidità sono migliorati in misura contenuta grazie sia alla riduzione dei debiti sia all’aumento dei mezzi propri, con il capitale investito che ha subito variazioni limitate.”
Lo stesso studio contiene anche i risultati di un sondaggio tra le imprese: metà delle aziende interpellate prevede ulteriori riduzioni di fatturato e una percezione generalmente negativa sulla capacità di generare flussi finanziari. Solo una impresa su cinque pensa di aumentare l’utile netto, mentre il 45% teme una sua riduzione; questo scenario implica che molte realtà chiuderanno l’esercizio in perdita, se non lo hanno già fatto nel 2024.
Prospettive e rischi per il futuro
Le prospettive a breve termine restano incerte. Sul piano internazionale pesa la possibile riorganizzazione delle catene di fornitura, l’effetto dei dazi esteri sui settori utilizzatori dell’acciaio e la domanda estera che potrebbe presentare nuove distorsioni nell’immediato.
Gianfranco Tosini ha detto:
“Il 2026 presenta molte incognite: l’impatto dei dazi statunitensi sui settori utilizzatori e le evoluzioni della domanda estera sono elementi che potrebbero frenare una ripresa. In ogni caso, è difficile aspettarsi un ritorno ai livelli produttivi del 2022 senza interventi strutturali.”
Tra le soluzioni proposte dagli operatori emergono la crescita per linee esterne, aggregazioni e l’incremento delle vendite estere. Tuttavia le imprese segnalano l’esigenza di condizioni che permettano loro di investire: ciò coinvolge non solo risorse private ma anche strumenti di politica industriale e misure pubbliche che favoriscano l’accesso al credito, la formazione delle competenze e la transizione energetica.
Implicazioni per politica e settore
Il quadro complessivo suggerisce che la sostenibilità competitiva dell’industria siderurgica italiana dipenderà dalla capacità di conciliare modernizzazione tecnologica, riduzione dei costi energetici e consolidamento della filiera. Le istituzioni europee e nazionali possono svolgere un ruolo nella definizione di incentivi per l’innovazione, nella gestione delle regole commerciali e nel supporto alla formazione professionale, elementi che influiranno sulla capacità del settore di rilanciarsi nei prossimi anni.
In sintesi, la filiera italiana dell’acciaio non è priva di risorse patrimoniali ed esperienza, ma per evitare un’ulteriore erosione della competitività sono necessari interventi coordinati tra imprese e istituzioni, investimenti mirati in capitale umano e processi di aggregazione che favoriscano economie di scala e maggiori capacità di investimento.