La più grande minaccia per la tua pensione nasce da un mito — potrebbe divorare i tuoi risparmi e persino mettere a rischio la tua salute

Molte persone che contano sui piccoli sconti riservati agli over 55 — come promozioni nei negozi di bricolage o offerte in farmacia — non considerano il vero prezzo dell’ageismo: un costo sociale ed economico che supera di gran lunga il risparmio di qualche decina di euro.

Ricercatori e consulenti finanziari avvertono che gli stereotipi legati all’età producono oneri significativi per individui, aziende e contribuenti. Non sono soltanto le persone colpite direttamente a pagare il conto: i costi si riversano sui sistemi sanitari e sui bilanci pubblici.

Impatto sui costi sanitari

Secondo una ricerca del 2018 guidata da Becca Levy, docente di scienze sociali e comportamentali alla Yale School of Public Health, l’ageismo provoca nei soli Stati Uniti costi sanitari stimati in circa 63 miliardi di dollari l’anno.

Becca Levy ha dichiarato:

“Non credo che l’ageismo sia cambiato in modo sostanziale da allora; anzi, i costi sanitari sono probabilmente aumentati con l’inflazione.”

La sua ricerca collega gli atteggiamenti negativi verso l’invecchiamento a un maggior rischio di malattie cardiovascolari, demenza, malattie polmonari, diabete e disordini muscoloscheletrici. Gli autori stimano che per ogni 7 dollari spesi per queste patologie, circa 1 sia conseguenza diretta degli effetti dell’ageismo.

Levy propone interventi di lunga durata sull’educazione e la cultura — a partire dalla prima infanzia — per ridurre gli stereotipi e recuperare risparmi sanitari misurabili. Tra le proposte figura il metodo ABC: Awareness (consapevolezza), Blame Shifting (identificare chi trae vantaggio dagli stereotipi) e Challenging (contestare gli stereotipi nella vita quotidiana e nei media).

Effetti sul lavoro e sul risparmio pensionistico

L’ageismo nel mondo del lavoro riduce reddito e opportunità per i lavoratori maturi, con conseguenze dirette sui risparmi destinati alla pensione. Il fenomeno è assimilabile a penalizzazioni già note come la cosiddetta “motherhood penalty”, ma colpisce in modo peculiare chi è più avanti con l’età.

L’associazione di advocacy Vantage Aging segnala una serie di stereotipi che mettono a rischio l’impiego degli anziani: la convinzione che imparino più lentamente, che non siano motivati o che non si adattino alla tecnologia. Tali pregiudizi spesso spingono i datori di lavoro a escludere o a marginalizzare lavoratori esperti.

La commercialista certificata Sara Stegall, dello studio di Seattle Maris & Associates, ha osservato:

“Qualche anno di discriminazione per età verso la fine della carriera può rimodellare trent’anni di reddito pensionistico, non soltanto una manciata di stipendi.”

Ricerche congiunte del ProPublica e del Urban Institute del 2018 rilevarono che oltre il 50% dei lavoratori oltre i 50 anni ha subito almeno un licenziamento involontario e che il 90% di chi è stato riassunto ha accettato condizioni salariali peggiori. Dati recenti del Bureau of Labor Statistics mostrano che, tra il 2023 e il 2025, i tassi di riassunzione degli over 55 sono stati inferiori rispetto ai colleghi più giovani: entro gennaio 2026 solo il 57% dei lavoratori tra i 55 e i 64 anni è stato riassunto, contro il 73% dei più giovani, e il 21% degli anziani disoccupati ha abbandonato la forza lavoro.

Pamela Cohen, sociologa che si occupa di economia comportamentale, ha dichiarato:

“È paradossale chiedere alle persone di lavorare più a lungo per finanziare la pensione, se il mercato del lavoro non offre opportunità adeguate per chi invecchia.”

Per molti lavoratori lo spostamento o la perdita del posto negli anni immediatamente precedenti la pensione significa perdere i periodi di massima retribuzione e di maggior accumulo di risparmi, riducendo permanentemente la base contributiva e le prestazioni future, come nel caso di chi è costretto a ritirare anticipatamente l’Social Security.

Indagini su donne nel mondo professionale mostrano poi che il problema può essere più pronunciato per il sesso femminile: sondaggi come quello di Women of Influence+ indicano livelli elevati di discriminazione legata all’età tra lavoratrici.

Strategie per contrastare l’ageismo

Gli esperti concordano che la soluzione richiede un impegno congiunto di datori di lavoro, istituzioni e singoli lavoratori. Le imprese dovrebbero smettere di usare l’età come scorciatoia per giudicare flessibilità o motivazione, rivedendo pratiche di assunzione, valutazione e formazione.

D’altro canto, gli stessi lavoratori maturi possono adottare azioni concrete per restare competitivi: aggiornare competenze tecniche (ad esempio competenze collegate all’intelligenza artificiale), dimostrare adattabilità, e presentare esperienze come risorse trasferibili invece che come segni di obsolescenza.

Pamela Cohen ha aggiunto:

“I lavoratori più anziani devono evidenziare la loro capacità di adattamento, le competenze tecniche e la motivazione a contribuire in futuro, non solo il fatto che l’età corrisponda a esperienza.”

Interventi di politica pubblica, campagne di sensibilizzazione e programmi formativi intergenerazionali possono ridurre pregiudizi e migliorare l’inclusione sul mercato del lavoro, con effetti positivi sulla produttività e sulla sostenibilità dei sistemi pensionistici.

Perché questo conta per l’Italia

Benchè le stime citate riguardino principalmente i Stati Uniti, i meccanismi economici sono analoghi anche per l’Europa e l’Italia: in un contesto demografico che invecchia, perdita di occupazione e calo dei redditi in età avanzata si traducono in minori entrate contributive, maggiori spese sanitarie e pressioni sulle finanze pubbliche.

Per il sistema economico italiano ciò significa che ridurre l’ageismo può contribuire a migliorare la sostenibilità delle pensioni, aumentare la partecipazione al lavoro e contenere i costi sanitari legati alle malattie aggravate da stereotipi negativi. Le imprese italiane che valorizzano competenze di tutte le età possono anche ottenere vantaggi competitivi in termini di fidelizzazione e produttività.

Policy mirate, incentivi alla formazione continua e programmi che favoriscano la collaborazione intergenerazionale sono strumenti praticabili per mitigare questi rischi e proteggere il percorso previdenziale di molti cittadini.

In sintesi

  • Ridurre l’ageismo abbassa i costi sanitari e può migliorare i conti pubblici: investire in prevenzione culturale ed educativa è una forma di risparmio di lungo periodo.
  • Politiche aziendali che promuovono la formazione continua e l’inclusione degli over 50 proteggono il capitale umano e riducono il rischio di perdite decisive nei risparmi pensionistici.
  • Per gli investitori e per i gestori di fondi pensione, la stabilità occupazionale degli over 50 è un fattore di rischio/rendimento: mercati del lavoro più inclusivi sostengono consumi e contribuzioni.
  • L’Italia può trarre vantaggio da misure che favoriscano l’occupazione matura e la prevenzione sanitaria legata agli stereotipi, migliorando la sostenibilità fiscale e la resilienza economica complessiva.


Author: Tony
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