Chimica sotto pressione: il prezzo di Hormuz e la concorrenza cinese segnano un 2026 ancora in negativo

Per l’industria chimica italiana la combinazione di instabilità nello Stretto di Hormuz e la pressione concorrenziale dalla Cina si traduce in un impatto economico significativo: secondo le stime di Federchimica il valore della produzione dovrebbe registrare anche quest’anno una flessione pari a circa il -3%, dopo un calo complessivo stimato del 13% nel periodo 2021-2025, uno scenario che rischia di aggravarsi in assenza di interventi strutturali a livello europeo.

L’instabilità continua

Quasi la metà delle imprese chimiche italiane prevede per il prossimo quinquennio una situazione di persistente incertezza della produzione, collegata soprattutto a fattori geopolitici e logistici. Circa il 36% degli operatori teme un peggioramento ulteriore, mentre soltanto il 15% si attende maggiore stabilità rispetto alle attuali turbolenze. Sul fronte delle materie prime, la tenuta dei prezzi del petrolio — con il Brent oltre i 90 dollari al barile e il WTI sopra gli 85 — non lascia segnali rassicuranti per i prossimi mesi.

La debolezza delle reazioni UE

Francesco Buzzella ha dichiarato:

“Le reazioni della UE sono molto deboli: la proposta di revisione del sistema ETS non si è rivelata degna di nota, è cambiato poco o nulla e saranno necessarie importanti misure correttive.”

Secondo la principale associazione di settore, le imprese segnalano due criticità ricorrenti: il peso crescente dell’energia e delle materie prime sui costi di produzione e la concorrenza da mercati esteri a basso costo. Questi fattori emergono anche dai sondaggi condotti tra le associate, che evidenziano una pressione costante sui margini e sulla capacità di investire in innovazione e sostenibilità.

La rinuncia alla sovranità industriale

Francesco Buzzella ha aggiunto:

“Per un’industria come la chimica è un momento di bollette molto alte: non si intravede uno sbocco che faccia pensare a una stabilizzazione nei prossimi mesi. Hormuz è stato riaperto a singhiozzo e transitano poche navi. Molti prodotti derivati dalla raffinazione e circa il 30% dell’urea, componente chiave dei fertilizzanti, passano da lì. Senza lo Stretto, il sistema si riadatta, le rotte cambiano, ma l’impatto sui costi resta significativo.”

Buzzella ha indicato inoltre che la progressiva dipendenza dalle regole del mercato unico europeo, senza contropartite industriali forti, espone il continente a scelte esterne e a shock di offerta. L’assenza di politiche industriali coerenti rischia di accelerare la ‘desertificazione’ produttiva, con ricadute negative su occupazione, retribuzioni e capacità di sostenere il modello sociale.

Il nodo energia

Il costo dell’energia rimane il fattore principale che penalizza la competitività del comparto chimico in Italia. Tra il 2021 e il 2024 l’incidenza dei costi energetici sul valore della produzione è salita dal 14% al 18% e, se i prezzi del gas e del petrolio non dovessero tornare a livelli più contenuti, la quota potrebbe arrivare fino al 23%.

Le politiche climatiche europee incidono sui costi attraverso il sistema ETS: attualmente la chimica sostiene oltre 600 milioni di euro l’anno per emissioni dirette e indirette, una cifra che, se confermate le attuali traiettorie, potrebbe raggiungere i 1,5 miliardi entro il 2030. Questo scenario rende urgente una riflessione condivisa sulla sostenibilità finanziaria del meccanismo e sulla necessità di un vero mercato unico dell’energia che garantisca approvvigionamenti stabili e prezzi prevedibili.

Sul piano delle politiche industriali e degli investimenti, la situazione suggerisce alcune direttrici di intervento: rafforzare la capacità di approvvigionamento strategico, incentivare processi di elettrificazione e idrogeno rinnovabile per la decarbonizzazione dei processi produttivi, sostenere l’efficienza energetica e prevedere meccanismi di compensazione temporanea per i settori energivori. A livello finanziario, queste scelte determineranno dove verranno indirizzati i capitali privati e pubblici nei prossimi anni.

Per le imprese e gli investitori, il contesto attuale comporta una necessità di riequilibrio delle catene del valore: rivedere strategie di sourcing, valutare iniziative di integrazione verticale o accordi di lungo termine sulle forniture energetiche, e considerare operazioni di consolidamento per recuperare scala e resilienza. Allo stesso tempo, vi sono opportunità nell’adozione di tecnologie verdi e nella ristrutturazione degli impianti, attività che possono attrarre finanziamenti dedicati e fondi europei per la transizione.

In sintesi

  • La pressione sui costi energetici spinge verso investimenti in elettrificazione e idrogeno rinnovabile; questo favorirà player capaci di finanziare la transizione e creerà opportunità per fornitori di tecnologie pulite.
  • La debolezza della politica industriale europea aumenta il rischio di delocalizzazioni: gli investitori dovranno valutare il rischio-paese e la stabilità regolatoria quando pianificano operazioni nel settore chimico in Italia.
  • I rincari sui fertilizzanti e sulle materie prime possono tradursi in pressioni inflazionistiche su filiere agricole e alimentari italiane, rendendo strategico il sostegno a infrastrutture logistiche e riserve strategiche.
  • Le maggiori onerosità legate al ETS suggeriscono un aumento del costo del capitale per le imprese energivore; misure di compensazione mirate e un mercato energetico più integrato sono essenziali per preservare investimenti industriali a lungo termine.


Author: Tony
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