Si chiude il primo grado civile sul crack Mariella Burani

La lunga vicenda giudiziaria legata al crack di Mariella Burani Fashion Group S.p.A. registra un importante sviluppo con la conclusione del giudizio civile di primo grado davanti alla Sezione Specializzata in Materia di Impresa del Tribunale di Bologna. La decisione rappresenta una tappa significativa per i piccoli azionisti e risparmiatori che avevano visto azzerati i propri investimenti in seguito al dissesto del gruppo della moda emiliano.

Il procedimento, relativo a una controversia il cui valore complessivo del danno era stato stimato in oltre 125 milioni di euro, si inserisce tra le vicende finanziarie più rilevanti degli ultimi anni in materia di tutela del risparmio. Nel corso del giudizio, il collegio difensivo coordinato dall’Avv. Daniele Iarussi ha ottenuto una serie di accordi transattivi riservati a favore degli investitori rappresentati.

La sentenza del Tribunale e gli accordi raggiunti

La sentenza di primo grado ha posto fine a un contenzioso civile durato diversi anni, successivo agli sviluppi della vicenda penale.

Nel corso del procedimento, numerosi convenuti hanno raggiunto accordi transattivi con gli azionisti assistiti dal collegio difensivo, consentendo la progressiva definizione delle rispettive posizioni. I contenuti economici delle intese rimangono riservati in virtù degli accordi di riservatezza sottoscritti tra le parti.

Secondo la difesa degli investitori, il risultato ottenuto dimostra come l’azione coordinata abbia consentito ai piccoli risparmiatori di ottenere forme di ristoro nonostante il fallimento della società.

Il ruolo dell’Avv. Daniele Iarussi e del collegio difensivo

La difesa dei circa venti piccoli azionisti è stata coordinata dall’Avv. Daniele Iarussi, del Foro di Mantova, affiancato dall’Avv. Michela Pignatelli, che ha seguito la causa sulla piazza giudiziaria di Bologna.

Il collegio ha sviluppato una strategia processuale unitaria per affrontare un procedimento particolarmente complesso, caratterizzato dalla presenza di numerose controparti istituzionali e da rilevanti aspetti tecnici.

«Siamo riusciti a scardinare un’asimmetria che troppo spesso penalizza i piccoli risparmiatori di fronte ai colossi istituzionali», dichiara l’Avv. Daniele Iarussi. «Gli accordi transattivi raggiunti nel corso degli anni dimostrano che la coesione e la determinazione del pool legale ha permesso di ottenere ristori concreti, restituendo dignità a chi aveva visto andare in fumo i sacrifici di una intera vita».

I profili giuridici della decisione

Sotto il profilo processuale, il Tribunale di Bologna ha dichiarato estinto il giudizio nei confronti delle parti che avevano formalizzato la rinuncia agli atti in seguito agli accordi raggiunti.

Contestualmente, il Collegio ha dichiarato inammissibili le domande proposte dagli azionisti nei confronti dei convenuti rimasti contumaci, tra cui alcuni Sindaci, componenti degli organi di controllo e società di revisione che avevano definito la propria posizione esclusivamente con la Curatela fallimentare.

La decisione si fonda sulla qualificazione dell’intervento degli azionisti come “adesivo dipendente” e non autonomo, circostanza che, secondo il Tribunale, ne ha determinato l’inammissibilità dopo la fuoriuscita della Curatela dal giudizio.

«Non condividiamo in toto la decisione del Tribunale su questo specifico punto», commenta l’Avv. Iarussi, «riteniamo infatti che il danno subito dai singoli investitori sul mercato, come dimostrato nel corso del giudizio, sia autonomo e distinto (includendo anche il danno non patrimoniale) rispetto a quello patrimoniale della società fallita. Per questo motivo abbiamo formulato un’esplicita riserva di impugnativa e stiamo valutando l’appello su questo capo della sentenza per tutelare fino in fondo i diritti dei nostri assistiti».

Valutata un’azione contro lo Stato per la durata del processo

Parallelamente agli sviluppi della causa, il collegio difensivo sta valutando la possibilità di promuovere un’azione nei confronti del Ministero della Giustizia ai sensi della Legge Pinto, ritenendo eccessiva la durata del procedimento.

Secondo quanto riferito dalla difesa, il crack societario risale al 2010, mentre il giudizio civile è stato avviato nel 2018 e si è concluso in primo grado soltanto nel 2026, dopo numerosi anni di attività processuale e l’avvicendamento di diversi magistrati.

«Sedici anni dal crack e otto dall’inizio della causa civile rappresentano una tempistica inaccettabile per uno Stato di diritto quale il nostro», conclude il coordinatore del collegio difensivo. «I risparmiatori hanno diritto a risposte in tempi certi. Insieme ai colleghi del pool stiamo seriamente valutando di avviare le azioni risarcitorie contro il Ministero della Giustizia, ai sensi della Legge Pinto, per ottenere il ristoro del danno da durata irragionevole del processo».