Cni: corsi universitari fuori passo con le esigenze del mercato
- 28 Maggio 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Economia
Nel mercato del lavoro ingegneristico in Italia si delinea uno squilibrio strutturale tra domanda e offerta, con particolare evidenza nel settore civile: il problema non è solo numerico ma anche qualitativo, con riflessi sull’occupabilità e sulla capacità del sistema produttivo di realizzare opere e progetti complessi.
Squilibrio quantitativo e profili professionali
Secondo una stima del centro studi del Consiglio nazionale ingegneri (Cni), in Italia ci sono oggi circa un milione di laureati in ingegneria; di questi, poco più di 250.000 sono iscritti all’albo professionale. Tra gli iscritti, circa 72.000 esercitano la libera professione a tempo pieno, un dato in calo negli ultimi anni, mentre circa 23.500 lavorano come dipendenti e praticano la professione in forma parziale.
La tendenza all’allontanamento dei giovani dalla professione è evidente anche nei dati sulle nuove iscrizioni: nel 2004 i neoiscritti a Inarcassa erano circa 4.200, contro quasi 1.500 registrati nel 2024, indicando un progressivo ridimensionamento del ricambio generazionale nella categoria.
Domanda delle imprese e lacune formative
Le aziende italiane segnalano una preferenza per profili che uniscano competenze tecniche solide a capacità trasversali, come la gestione di progetto, il lavoro in team e la capacità di integrare soluzioni digitali. Al contrario, l’offerta formativa universitaria si è spesso orientata verso una forte specializzazione disciplinare, con minore attenzione alla multidisciplinarità e alle soft skill.
Domenico Perrini, presidente del Cni, ha spiegato:
“Da 25 anni, con l’approvazione del Dpr 328/2001, si è avviato un processo di progressiva specializzazione della figura dell’ingegnere, anche a partire dalla formazione universitaria. Tuttavia la società italiana non sembra ancora del tutto pronta a confrontarsi con profili altamente settoriali: tende a privilegiare figure con competenze più ampie, capaci di adattarsi e riconvertirsi nel corso dell’attività professionale.”
Domenico Perrini ha aggiunto:
“Il mercato, pubblico e privato, non è ancora strutturato per chiedere livelli elevati di specializzazione e così la domanda cozza con l’offerta del sistema accademico. Nel contempo la figura dell’ingegnere è profondamente cambiata: un tempo era associata soprattutto alla realizzazione di opere edili e infrastrutturali, mentre oggi si confronta con ambiti molto più ampi e con modalità operative diverse.”
Tendenze dei percorsi di studio
I dati del Cni mostrano che nel 2023 i laureati in ingegneria civile rappresentavano appena il 6,6% del totale delle lauree in ingegneria, un valore significativamente più basso rispetto agli anni Novanta, quando l’incidenza era intorno a un terzo. Questo calo rispecchia lo spostamento degli studenti verso indirizzi percepiti come più spendibili sul mercato, quali l’ingegneria gestionale, l’informatica e la biomedica.
Domenico Perrini ha rivelato:
“Quasi il 60% delle posizioni aperte risulta difficile da coprire, soprattutto per carenza di candidati (oltre il 70% dei casi) e, in misura minore, per preparazione non adeguata.”
Implicazioni per il settore pubblico e privato
Lo squilibrio penalizza sia la capacità di progettare e realizzare grandi opere pubbliche sia l’innovazione nelle imprese private. Progetti finanziati dal PNRR e nei piani di sviluppo urbano rischiano ritardi o rialzi dei costi se non si colma rapidamente il divario tra competenze richieste e quelle disponibili sul mercato.
La carenza di ingegneri specializzati può indurre le imprese a importare professionalità dall’estero, ad aumentare l’uso di consulenze temporanee o a investire maggiormente nella formazione interna. Queste scelte, oltre a generare costi aggiuntivi, modificano il profilo competitivo del settore e le dinamiche salariali.
Proposte per riequilibrare l’offerta formativa
Per mitigare lo squilibrio sono necessari interventi coordinati: le università potrebbero rafforzare i percorsi multidisciplinari e i tirocini obbligatori, gli ordini professionali e le imprese dovrebbero promuovere programmi di mentoring e aggiornamento continuo, mentre le istituzioni pubbliche possono incentivare percorsi formativi per i settori strategici più carenti.
Un approccio integrato comporta anche un dialogo più stretto tra sistema accademico, aziende e enti pubblici sulle competenze richieste dai cantieri, dalle infrastrutture e dalla transizione digitale ed ecologica, così da rendere i curricula più coerenti con la domanda reale del mercato.
Effetti sulle prospettive occupazionali e sugli investimenti
La scarsità di profili adeguati crea opportunità per imprese che investono in formazione interna e per operatori specializzati in servizi di consulenza e digitalizzazione. Contemporaneamente, può esercitare una pressione al rialzo sui salari per le figure più richieste, con possibili ripercussioni sui costi di progetto e sulla competitività delle imprese italiane nei mercati internazionali.
Per gli investitori e gli stakeholder italiani, la situazione suggerisce di valutare iniziative che favoriscano la crescita delle competenze tecniche e manageriali nei settori infrastrutturali e tecnologici, nonché di considerare il contributo di start-up e società di formazione come leve per colmare il gap di professionalità.
In sintesi
- La carenza di ingegneri specializzati può rallentare l’attuazione dei progetti infrastrutturali italiani e aumentare i costi complessivi, impattando il bilancio pubblico e la redditività delle imprese.
- Investire in percorsi formativi integrati e in programmi di riqualificazione rappresenta un’opportunità per operatori privati e istituzioni di ridurre la dipendenza da consulenze estere e migliorare la competitività nazionale.
- Per gli investitori, aziende che offrono soluzioni di upskilling, servizi di progettazione integrata e digitalizzazione dei processi potrebbero beneficiare di una domanda strutturale crescente.
- Politiche mirate a favorire l’ingresso dei giovani nella professione e a stimolare la collaborazione tra università, ordini professionali e imprese sono cruciali per sostenere la ripresa degli investimenti infrastrutturali in Italia.