Gli scenari economici derivanti dalla guerra in Iran
- 22 Aprile 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Aziende
Una recessione «quasi certa» se il conflitto in Iran dovesse protrarsi per l’intero anno: questo l’avvertimento lanciato dal presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, durante l’incontro «India-Italy: Business Partner, Brighter Future» organizzato da Sole 24 Ore e Banco Bpm. La dichiarazione è stata inserita in un contesto più ampio di analisi sulle conseguenze economiche internazionali per l’industria italiana.
Tre scenari
Il Centro studi di Confindustria ha illustrato tre possibili traiettorie per l’economia in relazione alla durata della crisi: gli effetti variano sensibilmente a seconda della rapidità con cui il conflitto si esaurirà o si estenderà nel tempo.
Emanuele Orsini ha detto:
«Se la guerra si fosse conclusa velocemente saremmo allo 0,5% del Pil, se continuassimo così per ancora altri tre mesi saremmo allo zero, se arriviamo a fine anno, al rischio di recessione noi abbiamo quasi certezza di arrivarci».
Secondo le stime presentate dal Centro studi di Confindustria, lo scenario peggiore — con il conflitto protratto per gran parte del 2026 — porterebbe a una contrazione del Pil nel 2026 stimata intorno al -0,7%. Con un conflitto limitato a circa quattro mesi si prospetta una stagnazione (crescita zero), mentre una cessazione entro marzo riaprirebbe la possibilità di una modesta ripresa, attorno al +0,5%.
Le proiezioni riportano inoltre che questi scenari non tengono conto di eventuali misure politiche europee o nazionali aggiuntive che potrebbero mitigare gli effetti negativi, come interventi fiscali mirati, sostegni al settore energetico o misure di stabilizzazione finanziaria.
Questioni europee e industriali
Il ruolo delle istituzioni europee e l’adeguatezza delle risposte comunitarie sono stati al centro delle osservazioni del leader degli industriali, che ha richiamato l’attenzione sulla necessità di accelerare le decisioni politiche per sostenere imprese e sistema produttivo.
Emanuele Orsini ha detto:
«Come industriali rimaniamo fiduciosi: le imprese si alzano la mattina con la volontà di realizzare prodotti riconosciuti a livello mondiale. L’Europa non ci sta aiutando».
Emanuele Orsini ha detto:
«Dopo le mie dichiarazioni di qualche giorno fa mi hanno detto che non sono più europeista, invece sono un europeista convinto. Voglio bene a questa Europa e voglio che l’Europa funzioni e proprio per questo penso che debba cambiare passo».
Orsini ha aggiunto che, sul piano pratico, molte imprese italiane affrontano pressioni immediate legate all’aumento dei costi energetici, alle interruzioni delle filiere internazionali e alla volatilità dei mercati finanziari. Ha chiesto risposte più rapide e concrete dall’Unione Europea affinché le regole e i meccanismi comunitari possano tradursi in misure efficaci per la stabilità economica e la competitività industriale.
Tra le possibili azioni suggerite dagli analisti per limitare l’impatto ci sono interventi temporanei sul costo dell’energia, strumenti a sostegno della liquidità per le imprese esportatrici e piani di rafforzamento della resilienza delle catene di valore. Questi provvedimenti avrebbero impatti differenziati sui settori: dall’automotive all’alimentare, fino alla meccanica strumentale, con effetti diretti su occupazione e investimenti.
Nel dibattito emerso all’evento è stata inoltre sottolineata l’importanza di coordinare le politiche nazionali con quelle europee per evitare risposte frammentarie che possano amplificare l’incertezza sui mercati e frenare i flussi di investimento esteri verso l’Italia.
In sintesi
- Un prolungamento del conflitto internazionale aumenterebbe la probabilità di recessione, con ripercussioni sull’attività manifatturiera italiana e sulla fiducia degli investitori, specialmente nei settori più esposti alle commodity energetiche.
- Gli interventi europei e nazionali rapidi e mirati sono cruciali per limitare shock di offerta e stabilizzare i mercati; senza coordinamento, il rischio è di misure inefficaci che aggravino l’incertezza.
- Per gli investitori italiani ed esteri, la fase richiede maggiore attenzione alla liquidità delle imprese e alla qualità degli asset: strategie difensive e diversificazione geografica possono ridurre il rischio di portafoglio.