Frana a Niscemi: 13 indagati, tra cui gli ultimi quattro governatori
- 15 Aprile 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Economia
A Niscemi la terra è franata a gennaio, ma per la Procura di Gela la vicenda affonda le radici molto prima: in progetti rimasti sulla carta, controlli non effettuati, stanziamenti mai trasformati in lavori concreti. Quella faglia nel territorio nisseno è ora al centro di un fascicolo giudiziario che coinvolge tredici persone, inclusi gli ultimi quattro presidenti della Regione siciliana, e riapre un decennale dibattito sulle responsabilità nella gestione del rischio idrogeologico.
La ricostruzione degli inquirenti delinea una storia di quasi trent’anni fatta di segnalazioni, ordinanze, progetti incompiuti e finanziamenti mai impiegati integralmente. Le indagini cercano di comprendere non soltanto le cause immediate della frana, ma anche le omissioni e le inefficienze che, secondo la Procura, hanno reso possibile un evento catastrofico che avrebbe potuto essere attenuato.
I 13 indagati e il perimetro dell’inchiesta
L’inchiesta aperta dalla Procura di Gela, con ipotesi di reato quali disastro colposo e danneggiamento seguito da frana, si concentra sugli anni dal 2010 al 2026 per ricostruire le responsabilità legate al dissesto. Nel registro degli indagati compaiono figure politiche e tecniche coinvolte nella pianificazione e nella gestione degli interventi di mitigazione.
Tra i nomi contestati figurano gli ultimi quattro presidenti della Regione siciliana: Raffaele Lombardo, Rosario Crocetta, Nello Musumeci e Renato Schifani. Sono inoltre iscritti nel fascicolo i responsabili della Protezione civile regionale succedutisi nel tempo, alcuni dirigenti regionali, i cosiddetti soggetti attuatori delle misure contro il dissesto idrogeologico e la responsabile dell’Ati incaricata dei lavori di mitigazione.
Salvatore Vella, procuratore capo di Gela, ha spiegato la direzione dell’indagine:
“La nostra attività si sta concentrando su un periodo che va dal 2010 al 2026 e chiama in causa gli ultimi quattro presidenti della Regione siciliana, i dirigenti della Protezione civile, i soggetti attuatori al contrasto del dissesto idrogeologico e il responsabile dell’Ati che avrebbe dovuto realizzare i lavori dopo la frana del ’97.”
Il nodo delle opere mai realizzate
La prima grande frana del 1997 rappresenta il punto di partenza della vicenda: già allora vennero indicate con precisione le opere ritenute necessarie per ridurre il rischio. Secondo la Procura, quei progetti sono rimasti in gran parte incompiuti e molti interventi previsti non sono mai stati portati a termine.
Salvatore Vella ha sottolineato la contraddizione tra risorse stanziate e mancata realizzazione dei lavori:
“Già nel 1997 c’erano delle indicazioni precise sulle cose da fare, ma non sono state fatte. Nelle casse della Regione ci sono ancora 12 milioni di euro a disposizione per i lavori.”
La Procura distingue le operazioni svolte nell’immediatezza del primo smottamento, sulle quali non emergerebbero contestazioni formali, dalla lunga fase successiva. È quest’ultima — caratterizzata da progetti esistenti, conoscenza del rischio e obblighi di manutenzione — che secondo gli inquirenti presenta le criticità decisive: sistemi di protezione non aggiornati, interventi mai avviati o completati e finanziamenti non tradotti in opere efficaci.
Implicazioni istituzionali e prossimi passi
L’inchiesta solleva questioni rilevanti sul funzionamento delle istituzioni regionali e sugli strumenti di prevenzione e gestione del dissesto idrogeologico. La presenza nel fascicolo di esponenti politici e tecnici evidenzia come la responsabilità per la tutela del territorio sia frazionata tra diverse strutture amministrative e figure professionali.
Nei prossimi mesi gli accertamenti dovranno chiarire se ritardi, omissioni nei controlli o scelte gestionale-contabili abbiano inciso sul verificarsi della frana di gennaio. Le indagini contano su esami tecnici, verifiche sui cantieri, analisi delle ordinanze e della documentazione finanziaria, oltre a audizioni dei soggetti coinvolti.
Oltre alle conseguenze giudiziarie, il caso riapre il dibattito politico e amministrativo sulla prevenzione dei rischi naturali: dalla programmazione degli interventi, alla trasparenza nell’impiego delle risorse, fino al mantenimento nel tempo delle opere di protezione. Per i cittadini e le comunità locali rimane centrale la necessità di misure concrete e durature per la sicurezza del territorio.