Se il padre sceglie la cura dei figli: lasciare il lavoro e ricominciare
- 19 Marzo 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Economia
Il fenomeno dei padri che rallentano o riorientano la carriera per occuparsi dei figli non è nuovo, ma sta assumendo maggiore visibilità: un esempio precoce fu l’attore Cary Grant negli anni Sessanta, che ridusse l’attività professionale dopo la nascita della figlia Jennifer. Oggi anche in Italia emergono casi di padri che lasciano o modificano il lavoro, rifiutano trasferimenti o scelgono formule autonome per garantire più tempo alla famiglia.
Esempi concreti di scelte familiari
Tra i racconti raccolti vi sono storie diverse: manager che prendono congedi prolungati, professionisti che avviano una partita IVA per gestire gli orari, altri che seguono il partner all’estero rinunciando al posto precedente. Questi casi, pur non comparabili per numero alle scelte femminili, segnalano un cambiamento culturale in progress.
Marco Ottonello ha raccontato:
“Quando sono nati i miei gemelli ho deciso di prendere un anno di congedo. Ero un alto dirigente in Italia: con l’arrivo dei figli ho sacrificato carriera e retribuzione per avere più tempo per la famiglia.”
Un altro esempio proviene da Bolzano, dove un professionista trentenne, Mario T., ha lasciato lo studio presso cui lavorava e si è messo in proprio per poter seguire i figli e non costringere la moglie a ridurre l’orario. Un ex manager del settore delle telecomunicazioni ha spiegato di aver accompagnato la propria compagna in Asia per favorire la sua carriera e poi di aver lasciato il precedente impiego dopo un periodo di aspettativa.
Dati dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro
I dati ufficiali della Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL) indicano un aumento della motivazione legata alla cura tra le ragioni dichiarate dai padri in caso di dimissioni volontarie o risoluzioni consensuali entro i tre anni di vita del figlio. Nella relazione sulle convalide pubblicata a maggio si segnala che nel 2024 si sono registrate 59.454 dimissioni volontarie, delle quali il 69,6% riguarda le donne.
Nel dettaglio, le dimissioni volontarie maschili sono aumentate dell’11,7% nel 2023 e si sono mantenute stabili nel 2024, mentre quelle femminili mostrano un calo del 3,8%. La quota di padri che indica la cura come motivo è salita dal 16,7% del 2023 al 21,1% del 2024.
Stefano Marconi, direttore della Direzione interregionale del lavoro del Centro presso l’INL, ha osservato:
“Le motivazioni non sono necessariamente univoche: un padre può indicare più cause. L’aumento delle motivazioni legate alla cura può segnalare un cambiamento culturale, ma va letto anche alla luce della modifica normativa entrata a regime dopo il 2023 che ha esteso alcuni benefici ai padri.”
La modifica normativa citata ha introdotto la possibilità per i padri, come per le madri, di dimettersi volontariamente entro i tre anni di vita del figlio con particolari tutele: entro il primo anno non è dovuto il preavviso e spetta la Naspi, oltre all’indennità sostitutiva di preavviso nei casi in cui sia stato fruito il congedo di paternità.
Differenze di genere nelle motivazioni
Le motivazioni che portano alle dimissioni mostrano chiare differenze di genere. Per le donne prevalgono difficoltà di conciliazione lavoro-cura, in particolare per l’assenza o insufficienza dei servizi per l’infanzia (45,2% nel 2023 e 47,5% nel 2024) e problemi legati all’organizzazione del lavoro (29,5% nel 2023 e 30,0% nel 2024). Complessivamente, le ragioni connesse alla cura rappresentano il 74,7% delle convalide nel 2023 e il 77,5% nel 2024.
Per gli uomini, nonostante l’aumento delle motivazioni di cura, la principale ragione dichiarata rimane il passaggio ad altra azienda (72,2% nel 2023 e 66,6% nel 2024), elemento che riflette dinamiche occupazionali diverse e una diversa distribuzione di responsabilità familiari.
Implicazioni sociali e politiche
L’aumento di padri che indicano la cura come motivo per lasciare il lavoro porta con sé valutazioni di politica pubblica e ricadute sociali. Da un lato segnala una maggiore disponibilità maschile a partecipare attivamente alla cura; dall’altro evidenzia ancora la carenza di servizi e misure di conciliazione che obbligano le famiglie a soluzioni individuali.
Lara Ghiglione, segretaria confederale della CGIL, ha definito il fenomeno delle dimissioni per motivi di cura:
“Una sconfitta collettiva. Significa che la genitorialità, e non solo la maternità, non è ancora riconosciuta come un valore sociale. Servono scelte politiche chiare e coerenti e investimenti strutturali nei servizi educativi per l’infanzia.”
Dal punto di vista accademico, la questione viene interpretata anche nei termini dell’impatto occupazionale: Maddalena Cannito, docente all’Università di Torino, osserva che la maternità e la paternità producono effetti diversi sul lavoro. In molti studi la nascita di figli per gli uomini è associata a un aumento del tasso di occupazione e delle ore lavorate, mentre per le donne l’effetto è spesso negativo e persistente.
Marco Ottonello ha concluso il suo racconto con una riflessione personale:
“Molti amici che avrebbero potuto permetterselo non l’hanno fatto per paura del giudizio. Un headhunter mi disse che sarebbe stato un suicidio professionale. Io ho scelto la mia felicità personale.”
Le implicazioni pratiche richiedono interventi su più livelli: rafforzamento dei servizi per l’infanzia, politiche di flessibilità e congedi equamente ripartiti, incentivi per il lavoro part-time di qualità e una cultura aziendale che valorizzi la cura come responsabilità condivisa. Solo così la scelta di dedicare tempo alla famiglia potrà essere meno individuale e più sostenuta dalle istituzioni.