L’esperto: siamo il paese europeo delle frane, a Niscemi la frana più vasta d’Italia ha superato quella del Tessina
- 31 Gennaio 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Economia
Niscemi è oggi considerata la frana più estesa registrata in Italia, superando per dimensioni quella del Tessina nelle Alpi. Il dato si inserisce in un quadro più ampio: tra le circa 750mila frane censite nell’Unione Europea, oltre 620.800 ricadono entro i confini italiani, confermando una diffusione del dissesto idrogeologico che caratterizza in modo significativo il territorio nazionale.
Erasmo D’Angelis, esperto di dissesto idrogeologico, già sottosegretario alle Infrastrutture nel governo di coalizione e responsabile della struttura di missione per la sicurezza del territorio in precedenti esecutivi, segnala come la persistenza di questi eventi imponga una revisione profonda della politica di prevenzione.
Erasmo D’Angelis ha affermato:
“Per fragilità l’Italia è un unicum al mondo. È necessario adottare un programma di messa in sicurezza del territorio che, per coraggio finanziario e coesione politica, si confronti con iniziative storiche come il piano Marshall o il piano Casa.”
La proposta di un piano nazionale
Per affrontare la fragilità diffusa, Erasmo D’Angelis e l’economista Mauro Grassi, rispettivamente presidente e direttore della Fondazione Ewa (Earth and Water Agenda), propongono nel volume in uscita un programma organico: il Piano nazionale di prevenzione civile e di rafforzamento del sistema idrico nazionale. Il progetto è pensato su un orizzonte di 15 anni e prevede investimenti significativi e pianificati per ridurre vulnerabilità e costi delle emergenze.
Secondo il piano delineato dagli autori, l’investimento complessivo necessario si aggirerebbe intorno a 435 miliardi di euro, con un fabbisogno aggiuntivo di risorse rispetto agli impegni correnti stimato in circa 300 miliardi. Tradotto in cifre operative, si tratterebbe di una media di circa 29 miliardi di euro l’anno, una cifra che supera l’entità della legge di Bilancio prevista per il 2026.
Costi delle emergenze e ruolo del cambiamento climatico
Nel libro gli autori richiamano stime consolidate sui costi delle calamità naturali in Italia, che includono sia spese pubbliche sia oneri sostenuti da privati. La media annua dei costi diretti delle emergenze si attesta attorno a 12 miliardi di euro, senza considerare il valore delle vite umane perdute, gli effetti sanitari a lungo termine, la perdita di produttività e il deprezzamento del patrimonio immobiliare.
La distribuzione di questi oneri è articolata: per i terremoti si stima un danno medio annuale di circa 4 miliardi, a cui si aggiungono circa 4 miliardi per il dissesto idrogeologico (frane, alluvioni, erosione costiera), circa 1 miliardo per incendi, almeno 2,5 miliardi per la siccità e circa 500 milioni per altri eventi estremi.
Il cambiamento climatico funziona da moltiplicatore di rischio e di spesa: eventi come il ciclone che ha investito Niscemi mostrano come fenomeni meteorologici sempre più intensi aggravino la frequenza e la gravità dei danni, aumentando la necessità di interventi strutturali e di lungo periodo.
Stato attuale della spesa per la prevenzione
Oggi la spesa destinata alla prevenzione e al servizio idrico integrato si attesta su livelli complessivi di circa 8,8 miliardi di euro annui. Di questi, circa 5 miliardi sono riconducibili agli investimenti del Ssi, 2 miliardi sono destinati alla prevenzione antisismica e 1,8 miliardi alla prevenzione del sistema acqua e alla lotta agli incendi.
Il divario tra quanto speso attualmente e quanto sarebbe necessario mette in evidenza una differenza strutturale di circa 20 miliardi l’anno, che lascia il Paese esposto e costringe a far ricorso a risorse straordinarie dopo ogni evento calamitoso.
Sostenibilità finanziaria e strumenti di finanziamento
Secondo gli autori, l’incremento della spesa preventiva non è irrealistico se affrontato con una strategia che combini risorse pubbliche e private. Tra le opzioni indicate figurano il coinvolgimento del mondo imprenditoriale e delle assicurazioni, l’utilizzo dei fondi strutturali europei e la mobilitazione della Bei (Banca europea per gli investimenti).
Il ragionamento economico poggia su dati di contesto: negli ultimi vent’anni la spesa in conto capitale della pubblica amministrazione italiana è stata mediamente intorno a 60 miliardi di euro l’anno, pari a circa il 4% del Pil, mentre tra il 2020 e il 2024 gli impegni sono aumentati superando i 140 miliardi annui per effetto di interventi come il Pnrr e il Superbonus. In questo quadro, un incremento mirato di circa 20 miliardi l’anno risulterebbe plausibile rispetto ai livelli recenti di investimento pubblico.
In termini di peso sul prodotto interno lordo, la proposta comporterebbe l’impegno di circa lo 0,9% del Pil attuale, con una progressiva riduzione dello sforzo relativo fino allo 0,7% entro il 2041, se il Pil dovesse crescere come previsto.
Implicazioni istituzionali e politiche
Realizzare un piano di tale portata richiede non solo risorse, ma una governance stabile e coerente: coordinamento fra Stato, regioni, enti locali, autorità idriche e soggetti privati, insieme a procedure di programmazione pluriennale e monitoraggio continuo. È inoltre necessaria una strategia per la prevenzione basata su mappature del rischio, manutenzione del territorio, monitoraggio idrogeologico e piani di emergenza territoriali aggiornati.
Il coinvolgimento delle amministrazioni locali e delle comunità è decisivo per tradurre interventi tecnici in risultati concreti: politiche di gestione del suolo, regolamentazioni urbanistiche più rigorose e incentivi per la manutenzione delle infrastrutture possono ridurre l’esposizione ai rischi.
Sul piano politico, gli autori richiamano la necessità di una visione di lungo periodo, con accordi trasversali fra forze politiche e orientamenti amministrativi che garantiscano la continuità degli interventi al di là dei cicli elettorali.
Conclusioni e raccomandazioni
La proposta di un Piano nazionale di prevenzione civile intende spostare l’asse dall’emergenza alla prevenzione strutturata. Ridurre la vulnerabilità del territorio attraverso investimenti mirati e una più stretta cooperazione istituzionale rappresenta, secondo gli autori, la strada per contenere i costi umani ed economici e per rendere il Paese più resiliente agli effetti del cambiamento climatico.
Agire oggi significa programmare interventi che generino benefici duraturi: dall’effetto diretto sulla sicurezza dei cittadini a ricadute positive sulla produttività, sul valore del patrimonio immobiliare e sulla qualità della vita delle comunità locali.