Pensioni, dal 2028 età pensionabile più alta di tre mesi: i redditi bassi costretti a lavorare più a lungo
- 9 Dicembre 2025
- Posted by: Tony
- Categoria: Economia
L’incremento dei requisiti pensionistici previsto dal Governo nella legge di Bilancio—con un aumento di un mese dell’età o dei contributi dal 2027 e di ulteriori due mesi dal 2028—rischia di pesare in modo sproporzionato sui lavoratori con retribuzioni più basse. Le modifiche automatiche legate all’aspettativa di vita penalizzano in particolare chi non raggiunge una piena copertura contributiva annuale, spesso a causa di rapporti di lavoro discontinui, stagionali o di part-time involontario.
Secondo analisi sindacali, la platea più esposta comprende circa 6,1 milioni di persone, ossia oltre un terzo dei dipendenti del settore privato, con redditi annui inferiori ai 15.000 euro. Questo gruppo include numerosi lavoratori che non maturano il necessario periodo contributivo annuo, con conseguenze dirette sul diritto e sull’importo futuro della pensione.
All’interno di questa fascia, le due soglie salariali più basse—fino a 9.999 euro annui—raggruppano oltre 4,1 milioni di occupati che, oltre alla difficile condizione economica, spesso non cumulano neanche i 12 mesi utili ai fini dell’anzianità contributiva, perché i rapporti di lavoro non coprono l’intero anno solare.
Quali categorie sono più colpite
Le categorie maggiormente colpite sono donne, giovani e lavoratori occupati in settori con forte stagionalità o contratti atipici. La frammentazione degli impieghi e i contratti a tempo determinato o part-time involontario riducono la continuità contributiva e aumentano il rischio di arrivare alla fine della vita lavorativa con pensioni insufficienti.
Il fenomeno ha anche implicazioni di lungo periodo: una minore copertura contributiva si traduce non solo in ritardi nell’accesso alla pensione ma anche in prestazioni più basse, con possibili ricadute sulla sostenibilità sociale e sulla spesa pubblica a fronte di meccanismi di integrazione al minimo e assistenza.
Il «minimale contributivo» e le regole attuali
L’Osservatorio previdenza della CGIL ha effettuato simulazioni sull’impatto della norma prevista dall’articolo 43 del disegno di legge di Bilancio. Al centro dell’analisi c’è il concetto di minimale contributivo, cioè la soglia minima di retribuzione/contributi necessaria perché un anno di lavoro sia considerato valido ai fini pensionistici.
Secondo le regole aggiornate per il 2025, il limite per l’accredito contributivo obbligatorio e figurativo è fissato al 40% del trattamento minimo (603,40 euro). Questo si traduce in una retribuzione settimanale lorda minima di circa 241,36 euro, corrispondente su base annua a circa 12.551 euro.
In pratica, perché un periodo di lavoro (settimana o anno) sia riconosciuto ai fini previdenziali, il reddito percepito nel periodo di riferimento deve raggiungere almeno tale soglia. Per i lavoratori con salari bassi, rapporti intermittenti o part-time, è possibile che anche un anno lavorativo non si traduca in un anno utile ai fini pensionistici se la contribuzione risultante è insufficiente.
Conseguenze sociali e possibili interventi
L’effetto atteso è un aumento del rischio di povertà fra i futuri pensionati che hanno alle spalle carriere frammentate, con impatti più marcati tra le donne e i lavoratori più giovani. Sul piano politico, la questione richiama l’attenzione su come bilanciare sostenibilità finanziaria del sistema previdenziale e protezione delle fasce più vulnerabili.
Le soluzioni discusse dagli osservatori e dagli attori istituzionali spaziano da interventi mirati per riconoscere periodi contributivi in caso di lavori brevi o intermittenti, a misure per favorire la stabilizzazione dei rapporti di lavoro, incentivi alla piena occupazione e ricalcoli che tengano conto delle interruzioni nella carriera lavorativa.
Un ulteriore ambito di intervento riguarda il rafforzamento delle politiche di conciliazione lavoro-famiglia, la promozione di contratti a tempo pieno quando possibile e strumenti di integrazione al reddito che evitino che l’innalzamento dei requisiti si traduca automaticamente in maggiore vulnerabilità economica per ampie fasce della popolazione.
In assenza di correttivi, l’aggancio automatico all’aspettativa di vita e la soglia del minimale contributivo rischiano di trasformare la precarietà occupazionale odierna in povertà previdenziale domani, con conseguenze sia individuali che collettive che richiedono una valutazione attenta da parte delle istituzioni coinvolte.