BLI vede nel Giappone industriale la vera storia oltre yen e corporate governance

Secondo un’analisi di Sébastien Gandon, Senior Client Portfolio Manager presso BLI – Banque de Luxembourg Investments, il ritorno del Giappone al centro dell’attenzione internazionale non sarebbe spiegato soltanto dall’andamento dello yen o dalle riforme della corporate governance. La trasformazione più significativa è avvenuta nell’arco di circa trent’anni dentro le imprese giapponesi, attraverso una maggiore disciplina industriale, la difesa dei margini e il mantenimento di competenze manifatturiere difficili da replicare.

La tesi di BLI è che il Giappone abbia continuato a sviluppare capacità produttive e tecnologiche anche durante i decenni nei quali l’attenzione internazionale si era progressivamente spostata altrove. Oggi quelle competenze assumono nuova rilevanza in settori come semiconduttori, energia, componentistica, automazione e tecnologie medicali.

La governance è solo una parte della trasformazione

BLI parte dall’evoluzione del modello societario giapponese. Alla fine degli anni Ottanta, molte grandi imprese erano legate da partecipazioni incrociate tra fornitori, clienti, banche e partner industriali. In quel sistema, la conquista della quota di mercato tendeva spesso a prevalere sulla redditività e sull’efficienza nell’allocazione del capitale.

Gran parte di quella struttura è stata progressivamente smantellata e le riforme della governance hanno accelerato la pressione sulle aziende affinché migliorassero redditività e utilizzo del capitale. Per BLI, però, il cambiamento più importante era già iniziato prima: una nuova generazione di manager ha sviluppato un approccio più prudente al debito, più attento ai margini e meno orientato alla crescita dei volumi a ogni costo.

L’analisi evidenzia infatti come, nell’arco di tre decenni, le vendite aggregate delle imprese giapponesi siano rimaste relativamente stabili mentre i profitti sono aumentati più volte. La società di investimento interpreta questa divergenza come il risultato di migliaia di decisioni aziendali orientate a proteggere prezzi, margini e qualità anziché inseguire esclusivamente la quota di mercato.

Il caso Sony e la capacità di cambiare business

Tra gli esempi richiamati figura Sony, che nel corso del tempo ha ridotto il peso di alcune attività più tradizionali per sviluppare un posizionamento di primo piano nei sensori di immagine.

Per BLI, questo tipo di trasformazione descrive meglio l’evoluzione dell’industria giapponese rispetto alla sola lettura delle riforme regolamentari: le aziende sopravvissute ai decenni successivi allo scoppio della bolla hanno dovuto adattarsi, migliorare i prodotti e spostarsi verso segmenti nei quali possedevano vantaggi tecnologici più difendibili.

Lo yen non spiega più da solo i profitti

Anche il ruolo dello yen sarebbe oggi diverso rispetto al passato.

Storicamente, un cambio più debole favoriva in modo diretto i grandi esportatori giapponesi, che producevano in patria e vendevano all’estero. Oggi numerosi gruppi industriali producono invece direttamente nei mercati nei quali vendono, facendo coincidere maggiormente costi e ricavi nella stessa valuta.

Toyota viene indicata come un esempio di questa trasformazione produttiva internazionale. In questo scenario, la variazione dello yen può ancora produrre effetti contabili, ma secondo BLI ha un’influenza competitiva inferiore rispetto al passato.

Il cambiamento più significativo riguarda ancora una volta la disciplina sui prezzi: invece di trasferire completamente i vantaggi valutari ai clienti attraverso riduzioni di prezzo, molte imprese hanno privilegiato il mantenimento dei margini.

Lo yen debole pesa maggiormente sulle famiglie

La svalutazione della valuta non è però priva di conseguenze. Secondo l’analisi, una parte crescente del costo viene sostenuta dalle famiglie giapponesi, soprattutto perché il Paese dipende in misura significativa dalle importazioni di energia e prodotti alimentari.

Un cambio debole aumenta quindi il costo delle importazioni e contribuisce alle pressioni sul costo della vita, mentre le imprese maggiormente internazionalizzate possono essere relativamente più protette grazie alla produzione locale nei mercati di destinazione.

BLI interpreta anche la cautela della Bank of Japan sui tassi alla luce dell’elevato indebitamento pubblico: un aumento del costo del denaro comporta conseguenze rilevanti sul servizio del debito. In questo quadro, un eventuale rafforzamento dello yen potrebbe contribuire a contenere l’inflazione importata senza produrre lo stesso impatto sui costi finanziari dello Stato.

Il vantaggio nascosto nella capacità manifatturiera

Il cuore della tesi riguarda però il manifatturiero giapponese.

BLI sostiene che il Paese abbia conservato competenze difficili da ricostruire una volta perdute: cantieristica, macchine utensili, componentistica di precisione, turbine, apparecchiature per semiconduttori e dispositivi medicali.

Il principio del Kaizen, basato sul miglioramento continuo, viene indicato come una delle caratteristiche che hanno consentito all’industria di accumulare know-how durante decenni nei quali il Giappone era meno presente nel dibattito economico internazionale.

Dal prodotto visibile ai componenti invisibili

Secondo BLI, una parte dell’industria giapponese ha progressivamente abbandonato il ruolo di protagonista visibile del prodotto finale per diventare una componente essenziale delle catene globali di fornitura.

Sensori per smartphone, apparecchiature utilizzate nella produzione dei semiconduttori, turbine ad alta efficienza, endoscopi e cateteri rappresentano alcuni degli ambiti citati nell’analisi.

Questa trasformazione avrebbe reso il contributo industriale del Giappone meno immediatamente riconoscibile al consumatore finale, ma non necessariamente meno strategico. In molti casi il valore si è spostato dal marchio visibile sulla confezione alle tecnologie integrate all’interno del prodotto o dell’infrastruttura.

Semiconduttori e tecnologie strategiche

L’analisi richiama anche la storia delle tecnologie per la litografia dei semiconduttori, evidenziando come Nikon e Canon fossero protagonisti storici del settore prima che ASML assumesse il ruolo centrale nelle tecnologie EUV.

Il punto, nella lettura di BLI, non è soltanto la leadership in un singolo mercato, ma la presenza ancora significativa di aziende giapponesi nei passaggi tecnologici e produttivi meno visibili delle catene industriali globali.

Il prossimo cambiamento potrebbe arrivare dal capitale domestico

BLI individua infine un possibile ulteriore passaggio: una maggiore attenzione degli investitori e dei grandi risparmiatori giapponesi verso gli asset domestici.

Per molti anni, bassi rendimenti interni e debolezza dello yen hanno favorito l’allocazione di una parte significativa del risparmio verso l’estero. Un contesto valutario differente e una maggiore attrattività delle attività economiche nazionali potrebbero modificare gradualmente questo equilibrio.

L’analisi mantiene tuttavia un approccio prudente: non è ancora possibile affermare che un movimento strutturale di rientro dei capitali sia effettivamente iniziato, anche perché in passato il Giappone ha già attraversato diverse false partenze.

La tesi centrale resta quindi industriale più che finanziaria: dopo trent’anni di adattamento, il Giappone dispone ancora di competenze manifatturiere, tecnologie e capacità produttive che acquistano nuovo valore in un’economia globale sempre più concentrata sulla sicurezza delle filiere e sulla disponibilità di infrastrutture strategiche.