Al Sud fuga da 116 miliardi: sei mosse per invertire la rotta dopo il Pnrr

Nel Paese europeo con le maggiori differenze territoriali, il Pnrr ha indicato la coesione come obiettivo trasversale per tutte le missioni e gli interventi, ottenendo risultati misurabili: una crescita cumulata stimata intorno all’8,5% tra il 2021 e il 2024, una performance del Centro-Nord intorno al +5,8%, un aumento dell’occupazione dal 42,7% al 50,2% con circa 500mila nuovi occupati e un aumento degli investimenti significativamente superiore rispetto al resto del Paese.

Tre leve per la crescita

Una delle sfide principali per trasformare in permanenza l’eredità del Pnrr riguarda proprio il Sud. Nel Rapporto curato da Roberto Garofoli con il supporto di amministrazioni locali si identifica infatti la necessità di tre leve strategiche: sostenere la produttività, connettere coesione sociale e benessere economico, e modernizzare le istituzioni. Senza una declinazione geografica mirata di queste misure, il rischio è che i benefici rimangano concentrati nelle aree già più dinamiche.

Queste leve non sono solo concetti teorici: richiedono politiche settoriali e territoriali che rafforzino il capitale umano, incentivino filiere ad alto valore aggiunto e migliorino la capacità amministrativa delle istituzioni locali.

La fuga dal Mezzogiorno

I dati descrivono un fenomeno strutturale: in vent’anni circa 500mila laureati hanno lasciato il Mezzogiorno, con una perdita di valore economico stima­ta intorno a 116 miliardi di euro. Ogni anno circa 17mila studenti meridionali si iscrivono a università del Centro-Nord, alimentando un’esportazione costante di talenti.

Il risultato è un territorio sempre più fragile: mentre esistono poli di eccellenza, il 90% dei Comuni delle aree interne registra segni di spopolamento; le scuole perdono studenti a un ritmo più che doppio rispetto al Nord (-9% tra il 2017 e il 2023); i tassi di lavoro precario sono doppi rispetto ad altre aree del Paese e la rete ospedaliera di prima fascia è concentrata altrove, con ripercussioni anche sulla prevenzione e sui servizi di base.

Gli strumenti del Pnrr

Il Pnrr dimostra che il declino non è inevitabile, ma che occorre consolidare le lezioni apprese. Una delle esperienze citate è quella della Zes unica, che ha catalizzato investimenti per circa 11 miliardi di euro; ora però serve un salto di qualità: orientare gli interventi verso filiere strategiche locali e rafforzare il capitale umano per trattenere competenze, attraverso un’integrazione più stretta tra imprese, ITS, università e ricerca.

Nel contempo, la cosiddetta clausola del 40% sui fondi destinati al Sud deve evolvere da criterio contabile a strumento che risponda ai reali fabbisogni territoriali, assegnando risorse in funzione di obiettivi misurabili. Anche i livelli essenziali delle prestazioni (LEP) andrebbero ripensati su base di esiti e non solo di input, per orientare la politica di coesione verso risultati verificabili e confrontabili.

Per sostenere questa visione, il Rapporto propone una legge quadro sulla logistica in grado di rafforzare la governance degli investimenti con tempistiche certe e poteri concentrati: un commissario unico per infrastrutture strategiche dell’alta velocità, con obiettivi di tempi di percorrenza ambiziosi (ad esempio Roma-Bari in 2 ore, Roma-Reggio Calabria in 3 ore, Napoli-Taranto in 2 ore e Palermo-Catania in 1 ora), da collocare al centro di una rete logistica che colleghi le aree interne ai nodi di scambio.

L’idea è mettere in campo strumenti coordinati — infrastrutture fisiche, politiche industriali e formazione specialistica — per creare condizioni favorevoli a una ripresa strutturale del Sud, condizione necessaria per sostenere la crescita nazionale.

In sintesi

  • Il consolidamento degli investimenti del Pnrr richiede un riallineamento delle priorità verso progetti che aumentino la produttività territoriale, favorendo filiere locali che possano attrarre capitale privato e ridurre la dipendenza da interventi straordinari.
  • La fuoriuscita di capitale umano dal Mezzogiorno sottolinea l’urgenza di politiche di retention: misure mirate per formazione avanzata, incentivi all’imprenditorialità e percorsi di carriera locali possono trasformare il “brain drain” in opportunità di sviluppo.
  • Una governance infrastrutturale più centralizzata e orientata ai risultati può ridurre i rischi di dispersione delle risorse; per il mercato significa maggiore certezza sui tempi di realizzazione e migliori prospettive per gli investitori interessati a progetti di lungo periodo.
  • Per gli operatori finanziari e gli investitori istituzionali italiani, la sfida è valutare progetti territoriali non solo sul ritorno immediato, ma sul potenziale di rafforzamento del capitale umano e delle catene del valore locali, elementi che determinano rendimenti sostenibili nel medio-lungo periodo.


Author: Tony
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