I rimpatri calano, ma esplodono spese e tempi di detenzione nei cpr
- 2 Ottobre 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Economia
La politica di rimpatrio è uno dei temi che più agita il dibattito pubblico in Italia, alimentata anche da episodi recenti come l’utilizzo di falsi certificati medici per attestare l’incompatibilità con la detenzione dei migranti. Negli ultimi anni le istituzioni hanno destinato risorse crescenti a misure di allontanamento, puntando in particolare sui centri di trattenimento e sull’esecuzione forzata dei rimpatri: resta però da valutare se questa strategia stia effettivamente producendo risultati misurabili e sostenibili.
ActionAid Italia insieme al dipartimento di Scienze Politiche della Università degli studi di Bari Aldo Moro ha condotto uno studio intitolato «Espulsioni. Un’analisi della politica di rimpatrio italiana, 2015-2025», accompagnato dall’aggiornamento della piattaforma open data Trattenuti. Il rapporto fornisce una prima analisi sistematica del funzionamento delle pratiche di rimpatrio in questo decennio, partendo da dati ufficiali raccolti tramite richieste di accesso agli atti.
La ricerca si basa su informazioni ottenute attraverso istanze rivolte ai diversi Ministeri e alle Prefetture: gli autori segnalano difficoltà di reperimento e un livello di trasparenza istituzionale giudicato insufficiente, che complica la lettura completa delle politiche messe in campo.
È importante precisare un punto metodologico: per valutare l’efficacia della politica di rimpatrio non è corretto confrontare il numero di rimpatri con le sole persone sbarcate nello stesso anno; il banco di prova è il rapporto tra i rimpatri effettivamente eseguiti e i provvedimenti di allontanamento che l’amministrazione è tenuta a realizzare.
Il ruolo dei Cpr
I dati raccolti per il 2025 mostrano dinamiche contrastanti: dei 4.784 rimpatri forzati registrati, appena 1.732 sono stati avviati a seguito di trattenimento nei centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Pur registrandosi un picco complessivo dei rimpatri nell’anno, le espulsioni originate dai Cpr sono diminuite del 45,1% rispetto al 2022.
Paradossalmente, il 2025 ha segnato un record di ingressi nei Cpr (6.835 persone), un aumento del numero di strutture operative (undici) e una disponibilità effettiva di posti salita a 883, con un incremento di 80 unità. Questi elementi suggeriscono un disallineamento tra capacità di trattenimento e risultato operativo in termini di rimpatri eseguiti dai centri stessi.
Nel periodo considerato (2022–2025) i rimpatri forzati complessivi sono aumentati del 22,2%, ma quelli realizzati senza un precedente trattenimento nei centri sono cresciuti in modo marcato, passando da 762 a 3.052: ciò indica una prevalenza di azioni esecutive realizzate al di fuori del circuito dei Cpr, con implicazioni sulle procedure, sui tempi e sui costi amministrativi.
Fabrizio Coresi ha affermato:
“I dati dello stesso Ministero dell’Interno certificano che questi centri peraltro non garantiscono i rimpatri promessi e non funzionano. Eppure, se ne annunciano di nuovi, e si continua a investire in questi gironi infernali da dove le persone escono (e spesso rientrano) in condizioni disperate.”
La critica di fondo riguarda l’efficacia operativa e il ritorno in termini di politiche migratorie: investire nella sola infrastruttura carceraria amministrativa senza indirizzare risorse verso canali di gestione alternativa, procedure accelerate e cooperazione internazionale può produrre risultati limitati e costi elevati, sia finanziari sia reputazionali.
Dal punto di vista normativo, la politica di rimpatrio coinvolge competenze ministeriali, prefettizie e dell’autorità giudiziaria: la frammentazione delle funzioni e la variabilità delle procedure territoriali contribuiscono alle difficoltà di coordinamento. Migliorare la trasparenza dei dati e rendere sistematiche le valutazioni di impatto aiuterebbe a orientare scelte politiche più efficaci e meno onerose.
Infine, le evidenze del rapporto sollevano anche profili etici e di tutela dei diritti umani: il ricorso massiccio a trattenimenti amministrativi e a rimpatri forzati senza adeguate garanzie processuali può esporre l’Italia a critiche nazionali e internazionali, con possibili ricadute sul piano diplomatico e sul rapporto con partner europei.
In sintesi
- L’inefficienza registrata nei Cpr suggerisce che risorse pubbliche investite in strutture di trattenimento possono avere un ritorno operativo limitato rispetto ad alternative come procedure amministrative accelerate o accordi bilaterali per i rimpatri.
- La crescita dei rimpatri eseguiti al di fuori dei centri indica un cambiamento logistico e procedurale che potrebbe implicare costi nascosti per le amministrazioni locali e per il sistema aeroportuale; ciò è rilevante per analisti e investitori che valutano spese pubbliche e appalti correlati.
- Una maggiore trasparenza e standardizzazione dei dati permetterebbe a operatori economici e istituzionali di stimare meglio l’impatto finanziario delle politiche migratorie e di progettare interventi di supporto sociale a favore dei territori interessati.