Chevron: l’amministratore delegato lancia un monito sul prezzo del petrolio e sull’economia
- 21 Settembre 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Borse, Mercati
Gli americani hanno sostenuto un costo aggiuntivo stimato in circa 97 miliardi di dollari per i carburanti dall’inizio del conflitto con l’Iran, una media approssimativa di 740 dollari in più per nucleo familiare.
Donald Trump ha dichiarato:
“I prezzi scenderanno subito dopo le elezioni.”
Tuttavia, il CEO e presidente di Chevron, Mike Wirth, intervenendo a un convegno energetico presso la University of Texas at Austin, ha espresso un punto di vista più cauto, sostenendo che le condizioni che inizialmente hanno attenuato lo shock dell’offerta petrolifera sono ormai in gran parte esaurite e che nei prossimi mesi è più probabile che i prezzi salgano anziché scendano.
Cosa ha detto Mike Wirth sui margini di manovra del mercato
Mike Wirth ha dichiarato:
“Le misure che hanno ammortizzato lo shock iniziale si sono per lo più esaurite.”
All’inizio della crisi, il mercato petrolifero disponeva di più strumenti per assorbire la perturbazione: rilasci dalle Riserve Strategiche di Petrolio, utilizzo degli stock commerciali e flessibilità nell’impiego di greggio stoccato sulle navi. Secondo Wirth, quelle cessioni di margine operativo non sono più disponibili nella stessa misura e la capacità di risposta immediata è diminuita.
La situazione si è aggravata quando attacchi hanno interrotto una grande condotta saudita che bypassava il Stretto di Hormuz, mettendo in bilico una quantità stimata di circa 2,5 milioni di barili al giorno e stringendo ulteriormente un mercato già teso.
Mike Wirth ha aggiunto:
“È più difficile immaginare uno scenario in cui i prezzi si ammorbidiscano rapidamente; i rischi, a mio avviso, restano al rialzo nei prossimi mesi.”
Andamento dei prezzi alla pompa e del greggio
I prezzi dei carburanti al dettaglio negli Stati Uniti hanno raggiunto nuovi massimi: il diesel ha oltrepassato la soglia di 6 dollari al gallone e la benzina si è riportata intorno a 4,32 dollari al gallone. Queste quotazioni riflettono sia la riduzione delle forniture provenienti dal Medio Oriente sia gli effetti di attacchi a petrolchimici e infrastrutture di raffinazione.
Nei mercati internazionali, il Brent per consegna futura è stato scambiato in prossimità di 105 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate (WTI) si è attestato poco oltre i 100 dollari. Prima dell’escalation del conflitto, il Brent si muoveva intorno ai 70 dollari, quindi il rialzo è prossimo al 50%.
Alla pressione sul lato dell’offerta si è aggiunta una ripresa della domanda da parte della Cina, che dopo mesi di utilizzo delle scorte interne è tornata ad acquistare greggio sul mercato internazionale, complicando ulteriormente il lavoro delle raffinerie mondiali nel soddisfare la domanda complessiva.
Contrasti tra le previsioni politiche e il giudizio dell’industria
La prospettiva di un calo dei prezzi legata a sviluppi politici rapidi (ad esempio un cessate il fuoco o la fine del conflitto) è stata evocata a livello governativo come scenario possibile in tempi brevi. L’amministrazione statunitense ha inoltre cercato di aumentare l’offerta disponibile attraverso rilasci dalle Riserve Strategiche di Petrolio e modifiche temporanee alle limitazioni sul commercio di alcuni carichi.
Nonostante questi interventi, Wirth ha sottolineato che gli ammortizzatori operativi che hanno funzionato in passato non sono attualmente sufficienti per garantire una rapida normalizzazione dei prezzi. La differenza tra una previsione politica ottimistica e l’analisi tecnica dell’industria riflette, in parte, il difficile bilanciamento tra obiettivi di breve periodo e limiti strutturali dell’offerta globale.
Ripercussioni economiche più ampie
I rincari dell’energia hanno effetti diretti e diffusi: il diesel è il carburante principale per autotrasporto, agricoltura, edilizia e logistica. Un aumento del costo del trasporto si trasmette ai prezzi dei beni di consumo, comprimendo il potere d’acquisto delle famiglie.
Per le banche centrali, in particolare per la Federal Reserve, il quadro è complesso: alzare i tassi può moderare la domanda ma non aumenta direttamente l’offerta di petrolio. Di conseguenza, la banca centrale si trova a decidere se continuare a stringere la politica monetaria per contrastare l’inflazione o tollerare una fase con prezzi dell’energia più elevati che pesano sui consumi.
Dal punto di vista degli investitori, prezzi del greggio più alti tendono a migliorare i flussi di cassa e i ricavi delle attività upstream di società petrolifere integrate come Chevron, almeno nel breve termine. Al contempo, settori intensivi in energia—compagnie aeree, trasporto terrestre, grande distribuzione e industrie manifatturiere—subiscono pressioni sui margini e possono diventare meno attrattivi a livello di valutazione.
Una questione cruciale rimane la capacità di riserva globale: se il mercato ha scorte sufficienti per assorbire ulteriori interruzioni prima che gli inventari vengano ricostituiti, gli shock futuri potrebbero avere impatti meno drammatici. Secondo l’analisi del management industriale, al momento questa capacità appare ridotta.
Considerazioni per l’Europa e per l’Italia
Per i paesi europei e per l’Italia in particolare, un periodo prolungato di prezzi elevati del petrolio ha implicazioni concrete: aumento dell’inflazione importata, maggiore costo per i trasporti internazionali e crescita dei prezzi dell’energia. Questo scenario può influenzare il deficit commerciale e complicare le scelte di politica economica interne, soprattutto in vista di una possibile esigenza di sostegno a famiglie e imprese più esposte ai rincari.
In ambito finanziario, l’andamento del petrolio incide anche sui rendimenti obbligazionari e sulle aspettative di politica monetaria: uno shock dei prezzi che si trasmette all’inflazione può spingere i tassi reali al rialzo, con effetti su debito pubblico e costo del credito per le imprese.
Conclusione
Il giudizio del management industriale e la dinamica delle forniture suggeriscono che, nel breve periodo, la strada verso un ritorno a prezzi più contenuti è incerta e dipende da variabili geopolitiche e dalla capacità di ricostituire scorte. Per operatori e decisori politici la priorità rimane aumentare la resilienza delle catene di approvvigionamento energetiche e valutare strumenti di politica economica che mitighino l’impatto sui consumatori.
In sintesi
- Un rialzo prolungato del petrolio aumenta la pressione inflazionistica in Europa e in Italia, rendendo più probabili scenari in cui le autorità monetarie devono bilanciare l’inflazione importata con la crescita interna.
- Per gli investitori, i produttori upstream possono beneficiare di flussi di cassa più robusti nel breve termine, mentre i settori ad alta intensità energetica rimangono esposti a rischi di margine e volatilità dei prezzi.
- Un mercato con capacità di riserva limitata amplifica il rischio di shock futuri; politiche che incentivano la diversificazione degli approvvigionamenti e investimenti in efficienza energetica possono ridurre la vulnerabilità economica nazionale.