Ex Ilva, avvocati lanciano l’allarme: ripristinare gli impianti dopo la fermata costerebbe 830 milioni

Secondo la perizia citata nell’istanza presentata alla Corte d’Appello di Milano, il riavvio degli impianti dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto dopo lo spegnimento costerebbe circa 830 milioni di euro. L’istanza, a firma della società in amministrazione straordinaria proprietaria degli stabilimenti, chiede nuovamente la sospensione del decreto del 27 luglio che imponeva l’arresto dell’area a caldo entro 90 giorni, termine fissato per il 26 ottobre.

La richiesta di sospensiva era già stata respinta l’11 settembre dalla Corte d’Appello di Milano, ma le stesse società — Ilva e il gestore degli impianti Acciaierie d’Italia — hanno presentato ricorso alla Corte di Cassazione. Le Sezioni Unite Civili della Suprema Corte hanno fissato l’udienza pubblica per il 20 ottobre, evento che ha indotto le difese a riproporre la domanda di sospensione dell’esecutività del provvedimento di fermata.

Gli avvocati di Ilva hanno scritto:

“Sarebbe una vera e propria beffa se, all’esito della pubblica udienza dinnanzi alla Suprema Corte (o nei giorni immediatamente successivi), con il piano per lo spegnimento degli impianti dell’area a caldo sostanzialmente completato, emergesse che i ricorsi per Cassazione di Ilva e AdI sono fondati.”

Nel documento difensivo si sostiene che se la Cassazione dovesse accogliere i ricorsi, la possibilità di riavviare gli impianti sarebbe fortemente compromessa e richiederebbe interventi di ripristino estremamente costosi e lunghi, con eventuali responsabilità legali conseguenti.

La ratio legale dell’istanza di sospensiva

I legali di Ilva e di Acciaierie d’Italia sostengono che la fissazione dell’udienza di Cassazione modifica radicalmente il quadro valutativo delle esigenze cautelari. Poiché mancano poche settimane alla decisione della Suprema Corte, dicono, il giudizio di bilanciamento tra i pregiudizi delle parti deve essere riconsiderato: il danno che deriverebbe dall’esecuzione immediata del decreto sarebbe irrimediabile e sproporzionato rispetto al sacrificio temporaneo richiesto ai cittadini interessati dall’azione inibitoria.

Per le difese, attendere l’esito della Cassazione per qualche settimana è una misura ragionevole rispetto alla perdita definitiva della possibilità di mantenere gli impianti in funzione. In tale prospettiva, la sospensione dell’esecutività del provvedimento appare giustificata.

Il punto tecnico: amianto e accessibilità agli impianti

La difesa richiama la nota di Rina Consulting, allegata all’istanza, per spiegare la complessità tecnica delle operazioni richieste. La perizia afferma che, nel termine ristretto di 90 giorni indicato dalla Corte, non sarebbe stato possibile rimuovere l’amianto presente nelle strutture né ottenere in tempo una revisione dell’Aia 2025 con nuovi limiti per le emissioni convogliate di PM 2,5 e PM 10 compatibili con le Best Available Techniques (BAT).

In particolare, l’amianto è individuato nell’intercapedine dei cowpers — i quattro rigeneratori di calore che immettono aria a oltre 1.000 gradi in ciascun altoforno — e può essere rimosso solo fermando i cowpers e procedendo a una completa ricostruzione. Secondo gli esperti citati, non esistono soluzioni di adeguamento rapido che consentano di rispettare l’ordine di spegnimento senza ricorrere a fermate e interventi di ricostruzione.

La contestazione sui costi e i progetti di decarbonizzazione

La Corte d’Appello di Milano aveva osservato in precedenza che Ilva e AdI non avrebbero documentato adeguatamente i costi per il ripristino degli impianti. I legali delle società replicano che la perizia di Rina Consulting dimostra il carattere concreto e rilevante dell’onere economico, quantificato appunto in circa 830 milioni di euro.

Inoltre, i legali contrastano l’affermazione che i piani per la decarbonizzazione sarebbero generici o privi di documentazione: ricordano infatti che Acciaierie d’Italia ha depositato un piano di decarbonizzazione in risposta alle prescrizioni previste dall’Aia 2025. Tale piano, sostengono le società, non può essere considerato come mera carta intestata, ma va valutato nel contesto degli adempimenti ambientali e delle tempistiche tecniche richieste.

Conseguenze pratiche e tempi processuali

Se la sospensione richiesta fosse concessa, le attività dell’area a caldo resterebbero in esercizio fino alla pronuncia definitiva della Cassazione, evitando l’avvio immediato delle operazioni di spegnimento e la conseguente necessità di ingenti lavori di ripristino in caso di esito favorevole ai ricorrenti. Se invece l’istanza fosse respinta definitivamente, si profilano scenari di fermata programmata con impatti su produzione, occupazione e filiera dell’acciaio.

Il caso solleva inoltre questioni più ampie: il bilanciamento tra tutela della salute pubblica e continuità produttiva, la capacità delle autorità amministrative di fissare termini tecnici stringenti, e il ruolo delle corti superiori nel dirimere conflitti tra misure cautelari e garanzie economiche per operatori industriali di rilevanza strategica.

Prospettive per il territorio e il settore

Per Taranto e per il sistema produttivo nazionale la vicenda ha ricadute immediate e di più lungo periodo. Un fermo dell’area a caldo inciderebbe sulla produzione d’acciaio, sui contratti di fornitura e sulle prospettive di investimento nella filiera. Viceversa, la prosecuzione dell’attività senza interventi strutturali approfonditi solleva criticità ambientali e sanitarie che richiedono soluzioni tecniche e gestionali complesse.

La decisione della Corte di Cassazione, attesa il 20 ottobre, definirà l’orientamento della giurisprudenza su questioni procedurali e di merito che potrebbero rappresentare un precedente per altri stabilimenti industriali soggetti ad autorizzazioni ambientali e prescrizioni tecniche.

Ulteriori elementi di contesto

Oltre agli aspetti giudiziari, va considerato il ruolo degli enti regolatori, delle autorità ambientali e delle amministrazioni locali nella gestione dei tempi e delle modalità di adeguamento degli impianti. Le tempistiche per eventuali revisioni dell’AIA e le procedure amministrative correlate possono influire significativamente sui costi e sui programmi di investimenti per la transizione ecologica dell’acciaieria.

Infine, la possibilità di interventi di ripristino di ampia portata solleva interrogativi sulla sostenibilità finanziaria delle soluzioni tecniche proposte e sulla necessità di coordinamento pubblico-privato per mitigare gli impatti occupazionali e ambientali.

In sintesi

  • La quantificazione di 830 milioni per il ripristino sottolinea come decisioni giudiziarie rapide possano comportare costi molto elevati per il settore industriale e aumentare il rischio di contenziosi sull’onere finanziario.
  • Per gli investitori, l’incertezza giudiziaria e amministrativa aumenta il rischio regolatorio: progetti di decarbonizzazione e ammodernamento potrebbero necessitare di garanzie pubbliche o di strumenti finanziari dedicati per risultare sostenibili.
  • Dal punto di vista del mercato del lavoro e delle filiere locali, tempi di fermo prolungati rischiano di interrompere contratti e relazioni industriali, suggerendo l’importanza di piani di transizione che combinino tutele occupazionali e adeguamenti ambientali.
  • La pronuncia della Corte di Cassazione avrà un valore precedenziale: chiarirà i rapporti tra misure cautelari giudiziarie e tempistiche tecniche, influenzando la governance delle grandi imprese sottoposte a prescrizioni ambientali.


Author: Tony
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