E-commerce, i resi costano 2,5 miliardi l’anno. Zutre punta su AI e tracciabilità per cambiare il fashion
- 14 Settembre 2026
- Posted by: Francesca
- Categoria: Aziende, Economia, Editoriale
La gestione dei resi dell’e-commerce costa in Italia circa 2,5 miliardi di euro l’anno e nel fashion il problema assume una rilevanza particolare, tra costi logistici, ricondizionamento dei prodotti e impatto sui margini. È in questo mercato, mentre l’Unione europea stringe progressivamente le regole sulla gestione degli invenduti e sulla tracciabilità dei prodotti, che prova a inserirsi Zutre, società fondata a fine 2023 da Giuseppina Li Vigni.
Il progetto combina intelligenza artificiale applicata al guardaroba, virtual try-on e raccolta di informazioni sulla fase successiva alla vendita, con l’obiettivo di offrire le proprie tecnologie sia direttamente ai consumatori attraverso l’app Best of U, sia in licenza a marchi e retailer.
Il punto di partenza è un costo crescente per il settore. Una ricerca sul fenomeno dei resi e-commerce presentata da CNR-Ismed indica per l’Italia un impatto nell’ordine dei 2,5 miliardi di euro l’anno, mentre il fashion figura tra le categorie con la maggiore incidenza dei resi. Le stime sulla loro frequenza possono però cambiare sensibilmente a seconda del campione e della metodologia utilizzata.
Un reso può costare fino a 20 euro, e oltre nel premium
Per un operatore della moda il problema non si limita al costo della spedizione di ritorno.
Il processo comprende trasporto, ricezione, controllo del prodotto, eventuale ricondizionamento e reimmissione a magazzino, con costi che, secondo le stime di settore richiamate nell’analisi, possono oscillare tra 4 e 20 euro per singolo articolo e superare questa soglia nei segmenti premium.
A questo si aggiunge il rischio di svalutazione della merce, soprattutto quando i tempi necessari per recuperare e rimettere in vendita il prodotto fanno perdere una parte significativa della stagione commerciale.
Anche sul tasso effettivo di reso le rilevazioni non sono uniformi. Alcune analisi indicano per il fashion online italiano una quota intorno al 14,7%, mentre altre ricerche utilizzano perimetri più ampi e arrivano a percentuali superiori al 30%. La differenza rende particolarmente importante specificare campione, categoria merceologica e modalità di calcolo quando si confrontano i dati.
Il mercato su cui questi costi incidono resta comunque molto ampio: nel 2025 gli acquisti e-commerce B2C degli italiani hanno raggiunto 62,1 miliardi di euro, di cui oltre 40 miliardi relativi ai prodotti, con l’abbigliamento tra i comparti principali e una crescita annuale nell’ordine del 5-6%.
Dal 19 luglio stop alla distruzione degli invenduti per le grandi imprese
Alla pressione economica si sta aggiungendo quella normativa.
Dal 19 luglio 2026, il regolamento europeo sull’ecodesign, l’ESPR, vieta alle grandi imprese la distruzione dei prodotti di consumo invenduti appartenenti alle categorie previste, tra cui abbigliamento, accessori e calzature. Per le imprese di medie dimensioni il divieto scatterà dal 19 luglio 2030, mentre micro e piccole imprese sono escluse dalla disposizione generale.
Il quadro comprende anche nuovi obblighi di trasparenza sulla gestione degli invenduti. Il Regolamento di esecuzione UE 2026/2 ha stabilito dettagli e formato della disclosure, ma la sua applicazione è prevista dal 2 marzo 2027. Il Regolamento delegato UE 2026/296 ha invece definito le deroghe al divieto di distruzione.
Parallelamente, la Direttiva UE 2025/1892 ha introdotto un sistema armonizzato di responsabilità estesa del produttore per tessili e calzature, facendo ricadere sui produttori una parte dei costi legati a raccolta, selezione, riuso e riciclo dei prodotti arrivati a fine vita.
Parte anche il Digital Product Passport europeo
Un altro tassello è rappresentato dal Digital Product Passport.
Il 20 luglio 2026 la Commissione europea ha reso operativo il registro europeo dei passaporti digitali di prodotto, insieme all’ambiente di test destinato alle imprese. Il registro rappresenta l’infrastruttura sulla quale verranno progressivamente innestati gli obblighi relativi alle diverse categorie merceologiche.
Per il tessile, tuttavia, gli obblighi specifici non sono ancora vincolanti.
Una proposta tecnica pubblicata nel maggio 2026 dal Joint Research Centre individua 49 informazioni suddivise in quattro categorie, dalla identificazione del prodotto e del produttore alle caratteristiche del bene e alla documentazione di conformità.
La granularità minima proposta è quella del lotto di produzione, non del singolo capo. Il tracciamento individuale di ogni indumento non costituisce quindi, allo stato attuale, un requisito generale obbligatorio. Il testo definitivo dipenderà dall’atto delegato europeo dedicato al settore tessile.
Zutre punta sul guardaroba digitale
È in questo scenario che si colloca Zutre, società costituita a fine dicembre 2023 da Giuseppina Li Vigni, manager con una lunga esperienza professionale nei settori tecnologico e ambientale.
“Zutre di fatto raccoglie i tre pilastri della mia vita professionale”, spiega la fondatrice e amministratrice delegata.
Il primo prodotto rivolto al pubblico è Best of U, applicazione che consente di creare un guardaroba digitale partendo dalle fotografie dei propri vestiti.
Attraverso sistemi di riconoscimento delle immagini, la piattaforma identifica elementi come colore, materiale e stagionalità dei capi e permette di costruire abbinamenti attraverso un avatar personalizzato.
Il principio dichiarato è quello di non costruire un ecosistema chiuso intorno a un unico produttore.
“Il concetto è customer centric, non brand centric”, sottolinea Li Vigni.
Il modello B2B: tecnologia in licenza a brand e retailer
Accanto all’app consumer, Zutre punta soprattutto al mercato professionale.
“Il nostro obiettivo è concedere queste soluzioni in licenza d’uso alle aziende”, spiega Li Vigni.
Il modello dovrebbe consentire a brand e retailer di integrare alcuni strumenti della piattaforma nei propri canali digitali, mentre la società punta a estendere l’utilizzo della tecnologia anche ai negozi fisici.
“Vogliamo dare modo di far provare le cose virtualmente all’interno del negozio”, afferma la fondatrice.
La strategia punta quindi a coprire più momenti della relazione con il cliente: scoperta del prodotto, prova virtuale, acquisto, utilizzo successivo e potenziale reimmissione del capo in circuiti di scambio o riuso.
La scommessa è tracciare quello che succede dopo l’acquisto
L’elemento che Zutre indica come maggiormente distintivo riguarda però la fase post-vendita.
“Il nostro obiettivo è certificare la fase post vendita”, spiega Li Vigni.
Attraverso una dashboard, l’utente può registrare informazioni sulla frequenza con cui utilizza un capo e sugli abbinamenti effettuati, costruendo nel tempo una storia del prodotto che non si ferma al momento della vendita.
La società sostiene che questa impostazione sia oggetto di una domanda di brevetto. È prevista inoltre una funzione per lo scambio di abiti tra utenti basata anche sulla geolocalizzazione.
In prospettiva, dati di questo tipo potrebbero fornire a brand e retailer indicazioni sul ciclo di vita reale dei prodotti, distinguendo tra ciò che viene comprato e ciò che viene effettivamente utilizzato.
Il progetto deve ancora dimostrare la scala commerciale
È però proprio su questo punto che emergono anche le principali incognite.
Il sistema europeo del Digital Product Passport, almeno nella configurazione oggi delineata per il tessile, non impone il monitoraggio del singolo capo durante tutta la sua vita presso il consumatore. Il livello minimo indicato dalla proposta tecnica del JRC è quello del lotto di produzione.
Il valore aggiunto della raccolta di informazioni post-acquisto dipende inoltre dalla continuità con cui gli utenti alimentano il sistema: più il dato richiede un intervento volontario del consumatore, più la qualità e completezza della base informativa diventano una variabile critica.
Sul piano industriale, Zutre non comunica al momento fatturato, numero di utenti attivi dell’app o contratti B2B di licenza sottoscritti. Anche il brevetto indicato dalla società risulta in fase di deposito e non ancora concesso.
La sfida per la società sarà quindi trasformare un’intuizione coerente con l’evoluzione normativa e tecnologica del fashion in un modello in grado di dimostrare adozione, qualità del dato e sostenibilità economica.
In un mercato nel quale i resi valgono miliardi e l’Europa spinge l’industria verso una maggiore conoscenza del ciclo di vita dei prodotti, lo spazio potenziale è ampio. Ma la partita si giocherà sulla capacità di dimostrare che conoscere meglio ciò che accade a un capo dopo la vendita può produrre un valore economico concreto tanto per il consumatore quanto per i marchi.