Ex Ilva, battaglia legale sullo stop: gli avvocati dei cittadini parlano di nessun danno; replica l’azienda: tesi errata
- 8 Settembre 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Aziende
È in corso un confronto giudiziario e pubblico tra Acciaierie d’Italia e gli avvocati che rappresentano i cittadini di Taranto e l’associazione Genitori Tarantini sulla conferma della sospensione dell’attività dell’area a caldo dell’ex Ilva, disposta dal decreto della Corte d’Appello di Milano. La sospensione è prevista entro la fine di ottobre (90 giorni dal 27 luglio) e il 9 settembre a Milano è fissata un’udienza per esaminare le istanze di sospensiva presentate sia da Acciaierie d’Italia che dal proprietario degli impianti, Ilva. Il decreto è inoltre impugnato in appello alla Corte di Cassazione.
La disputa riguarda non solo questioni procedurali, ma anche valutazioni tecniche e sanitarie con ricadute sull’occupazione, sulla produzione siderurgica nazionale e sulla fiducia degli investitori nel settore.
Gli avvocati: di fermate ce ne sono state già diverse
Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano hanno scritto:
“La concessione della sospensione richiede l’esistenza contemporanea della gravità e dell’irreparabilità del danno. Avendo dimostrato l’assenza del requisito della gravità, diviene superfluo affrontare la questione dell’irreparabilità.”
Nel loro atto difensivo i legali sostengono che i precedenti fermi impiantistici sono stati numerosi e in alcuni casi prolungati, senza che si sia verificata la presunta compromissione irreversibile degli impianti. A sostegno di questa tesi citano i ripetuti riavvii di Afo 1, Afo 2 e Afo 4, nonché la gestione dei periodi di fermo delle cokerie, che producono emissioni di benzene e di composti policiclici aromatici (IPA) come il benzoapirene.
“Se le congetture contrarie fossero fondate, molte sezioni dell’impianto non avrebbero potuto essere riavviate, mentre invece sono state riattivate più volte. Il prolungato fermo delle cokerie dimostra come, in passato, si sia preferito ricorrere all’acquisto di coke metallurgico sul mercato piuttosto che preservare la salute pubblica.”
Gli avvocati rappresentano l’interesse di residenti e associazioni che richiamano il rischio sanitario e ambientale derivante dalle emissioni degli impianti; per questo chiedono il mantenimento della decisione cautelare adottata dalla Corte d’Appello di Milano.
L’azienda: stavolta situazione molto diversa dal passato
Acciaierie d’Italia replica sostenendo che i confronti con i fermi passati sono fuorvianti perché le condizioni tecniche oggi imposte dal decreto sarebbero incompatibili con le prassi adottate in precedenti soste.
“Le affermazioni secondo cui i precedenti fermo impianti dimostrerebbero l’assenza di un rischio di compromissione irreversibile risultano tecnicamente errate e basate su confronti tra situazioni radicalmente diverse.”
Secondo l’azienda, in passato gli altiforni sono stati preservati mediante il riscaldamento dei cowper per garantirne l’integrità e facilitarne il successivo riavvio. Il decreto della corte, invece, imporrebbe un regime che non consentirebbe tali misure di conservazione, esponendo gli impianti a rischi tecnici diversi rispetto alle precedenti interruzioni operative.
Quanto alle cokerie, Acciaierie d’Italia afferma che il loro spegnimento è stato gestito nell’ambito di procedure tecniche e autorizzative coordinate con il Ministero dell’Ambiente (Mase), che avrebbero consentito di adottare le contromisure necessarie per la conservazione degli impianti, rendendo così non confrontabile quella situazione con l’ipotesi di spegnimento decretata dalla corte.
Il confronto tra le parti mette in luce due tensioni principali: l’esigenza di tutelare la salute pubblica e il rispetto delle prescrizioni ambientali da un lato, e la necessità di preservare la continuità produttiva, i livelli occupazionali e la stabilità finanziaria dell’impresa dall’altro. La decisione dei giudici avrà ricadute non solo sul sito di Taranto, ma sull’intero comparto siderurgico italiano, sulle forniture alle acciaierie clienti e sulle dinamiche dei prezzi del settore.
Dal punto di vista regolatorio e politico, il caso richiama il ruolo delle istituzioni nazionali competenti per le autorizzazioni ambientali e la gestione delle crisis industriali, e solleva interrogativi sulla capacità di conciliare transizione ambientale e sostenibilità economica in contesti industriali complessi.
In sintesi
- La controversia giudiziaria crea incertezza sul futuro operativo dell’impianto di Taranto, elemento che può influenzare i prezzi del mercato siderurgico e la pianificazione degli approvvigionamenti a livello nazionale.
- Gli investitori e i creditori tengono conto del rischio regolatorio e giudiziario: decisioni di lungo periodo sui livelli produttivi o sugli investimenti in ammodernamento potrebbero essere rinviate fino a chiarimenti definitivi.
- Dal punto di vista occupazionale e sociale, uno spegnimento prolungato senza adeguate misure di tutela rischia di aggravare tensioni locali; al contrario, soluzioni che prevedano investimenti ambientali strutturali potrebbero migliorare il profilo di rischio dell’impianto nel medio termine.
- Per i policymaker italiani emerge la necessità di coordinare norme ambientali, governance industriale e strumenti di supporto finanziario per gestire la transizione delle grandi aree produttive senza compromettere la sicurezza giuridica e gli equilibri economici.