L’Italia perde fino a 11,4 miliardi ogni anno: quanto ci costa
- 6 Settembre 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Economia
Un laureato su tre tra coloro che hanno lasciato Italia porta con sé conoscenze e competenze che lo Stato ha finanziato, trasferendo così a un altro Paese un capitale umano formato gratuitamente: è questo uno dei risultati principali dello studio “Comprendere e contrastare il fenomeno della perdita dei talenti: la Roadmap per l’Italia”, realizzato da Teha Group in collaborazione con Philip Morris Italia e presentato a Cernobbio durante il Forum “Lo Scenario di oggi e di domani per le strategie competitive”.
Nel 2024 oltre 141.000 cittadini italiani hanno trasferito la residenza all’estero; di questi circa 45.000 avevano almeno una laurea. Nei dieci anni precedenti il saldo dei trasferimenti ha superato le 300.000 persone con profili qualificati. I dati preliminari del 2025 indicano però un rallentamento dei flussi (-22,7% rispetto al 2024), in parte riconducibile alle modifiche nelle regole di iscrizione al AIRE.
Il conto per le finanze pubbliche è significativo: lo studio stima una spesa annua di circa 7,2 miliardi di euro sostenuta dallo Stato per la formazione dei laureati che poi si trasferiscono. Se si considera anche il valore aggiunto potenziale che questi individui avrebbero potuto generare se fossero rimasti, la perdita economica sale a una forchetta compresa tra 10,7 e 11,4 miliardi di euro all’anno.
Valerio De Molli, Managing Partner & Ceo di The European House – Ambrosetti e di Teha Group, ha commentato:
“Il fenomeno limita la capacità dell’Italia di convertire competenze, conoscenza e innovazione in maggiore produttività e crescita economica, creando un costo pubblico rilevante per la formazione di capitale umano che poi non contribuisce più al sistema Paese.”
Il fenomeno visto dalle imprese
Una survey promossa da Teha Group tra i vertici della propria community aziendale rileva che il 93,9% delle imprese considera la fuga di talenti un problema serio o molto serio; circa una su due dichiara che l’esodo ha un impatto rilevante sul business. Le ragioni indicate sono principalmente salariali: l’82,1% attribuisce la responsabilità a retribuzioni percepite come insufficienti rispetto al costo della vita.
Altre cause ricorrenti sono la sfiducia nel futuro del Paese (46,4%) e la carenza di opportunità professionali adeguate (35,7%). Di fronte a questa situazione, il 75% delle imprese afferma di aver adottato strategie di attrazione e retention, con investimenti in formazione continua, politiche di lavoro più flessibili e percorsi di carriera strutturati.
Implicazioni economiche e politiche
La perdita di capitale umano qualificato ha conseguenze dirette sulla competitività nazionale: riduce la base imponibile, limita l’innovazione e accentua la dipendenza da competenze estere in settori strategici come tecnologie digitali, ricerca, sanità e ingegneria. Per il sistema produttivo significa anche maggiori costi di recruiting e formazione interna, oltre a ritardi nei processi di digitalizzazione e sviluppo di prodotto.
Dal punto di vista delle politiche pubbliche, misure efficaci richiedono un approccio multidimensionale: migliorare le condizioni retributive e contrattuali, incentivare investimenti in ricerca e sviluppo, creare percorsi di carriera attrattivi e rafforzare il dialogo tra istituzioni e imprese per allineare formazione e fabbisogni occupazionali. Inoltre, una revisione degli strumenti di monitoraggio e delle regole amministrative può contribuire a una valutazione più accurata dei flussi migratori e delle relative implicazioni fiscali.
Scenari per le imprese e per gli investitori
Per le aziende italiane, trattenere e valorizzare i talenti è diventata una componente strategica della sostenibilità competitiva. Le imprese che sapranno offrire pacchetti retributivi competitivi, opportunità di crescita professionale e modelli di lavoro più agili avranno un vantaggio nel medio-lungo periodo. Per gli investitori, la scarsità di risorse umane qualificate può tradursi in rischi operativi per startup e PMI e in opportunità per chi finanzia formazione specialistica, tecnologie abilitanti e progetti di retention.
Raccomandazioni operative
Le azioni pratiche suggerite da analisti e imprese comprendono: incentivi fiscali mirati per il reinserimento o il rientro dei professionisti, programmi di collaborazione pubblico-privato per la formazione specialistica, investimenti nelle infrastrutture di ricerca e banda larga, e politiche di salario minimo e contrattazione che tengano conto del costo della vita nelle aree urbane.
Queste misure, combinate con una comunicazione istituzionale chiara sulle opportunità di carriera e sulle prospettive di crescita interna, possono contribuire a invertire parte del trend e a valorizzare l’investimento pubblico nella formazione universitaria e tecnica.
In sintesi
- La perdita di laureati rappresenta un costo pubblico significativo e una minore capacità competitiva per il sistema produttivo; per gli investitori questo aumenta il rischio operativo nelle imprese ad alta intensità di conoscenza.
- Le aziende che puntano su formazione continua, flessibilità e percorsi di carriera strutturati possono migliorare la retention e ottenere vantaggi competitivi sostenibili nel medio-lungo termine.
- Interventi pubblici mirati — incentivi fiscali, public-private partnership per la formazione e politiche salariali adeguate — sono necessari per ridurre l’emorragia di competenze e stimolare investimenti in capitale umano.
- Per il mercato italiano, il contenimento della fuga di talenti è anche un segnale importante per attrarre capitale estero di qualità: una forza lavoro qualificata e stabile migliora la valutazione del rischio-paese e rende gli investimenti più prevedibili.