Ex Ilva, l’indotto in ginocchio: rischio di quasi mille licenziamenti
- 2 Settembre 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Aziende
Lo stop all’area a caldo dell’ex stabilimento siderurgico, disposto dalla Corte d’Appello di Milano e da effettuarsi entro la scadenza stabilita alla fine di ottobre, ha già prodotto i primi effetti sull’indotto: tra avvii di procedure di licenziamento collettivo e ricorso alla cassa integrazione, molte imprese fornitrici registrano fermi produttivi e riduzioni di personale.
Impatto occupazionale e sull’indotto
Aigi ha dichiarato:
«Tra qualche giorno i licenziamenti verranno ufficializzati. Al momento riguardano circa un migliaio di addetti distribuiti in tre-quattro aziende. Si tratta di imprese che, non intravedendo possibilità di riavvio dell’area a caldo, ritengono non abbia senso ricorrere alla cassa integrazione e stanno avviando le procedure di licenziamento collettivo. Inoltre, circa il 30% dell’impatto si sta già manifestando nel mancato rinnovo dei contratti a termine».
La Peyrani spa, specializzata in attività di manutenzione, ha comunicato ai sindacati la sospensione ordinaria dal lavoro per 55 addetti, attivando la cassa integrazione. Nel contempo, Itelyum-Castiglia ha segnalato che l’arresto della produzione determina la sospensione delle attività logistiche e lo scarico di materie prime al porto, coinvolgendo 70 persone, di cui 16 a tempo determinato.
Itelyum-Castiglia ha scritto:
«Ne deriva un esubero strutturale che la società intende affrontare con la necessaria tempestività per evitare ripercussioni finanziarie».
Già in precedenza Semat Engineering aveva richiesto il rinnovo della cassa integrazione per oltre 200 lavoratori, visto che il blocco delle batterie delle cokerie ha fermato attività in corso da mesi.
Proposte imprenditoriali e stakeholder locali
Secondo fonti vicine ad Acciaierie d’Italia, la data effettiva per la fermata dell’area a caldo non è ancora stata definita, ma le misure operative sono state analizzate e pianificate. La comunicazione ufficiale dovrà essere trasmessa con un piano al ministero dell’Ambiente, agli enti locali e alle autorità di controllo.
Si attendono a breve tre convocazioni: quella dell’azienda con i sindacati per definire modalità e tempistiche della fermata; una riunione governativa per discutere il futuro dell’ex Ilva, alla luce delle candidature presentate da gruppi nazionali e internazionali; e l’attivazione del Tavolo Taranto per le strategie di nuova industrializzazione.
Vincenzo Cesareo, presidente della Camera di Commercio di Taranto, amministratore del gruppo metalmeccanico Comes e già presidente di Confindustria Taranto, ha rivolto al Governo un appello in cui ha affermato:
«L’imperativo morale ed economico è salvare l’area a caldo, trasformandola tecnologicamente per eliminare la ferita ambientale e creare un tessuto produttivo sostenibile che alimenti l’area a freddo, garantendo acciaio italiano di qualità e occupazione. Non è accettabile escludere l’imprenditoria locale dalle decisioni: le imprese del territorio, che convivono da decenni con lo stabilimento e hanno continuato ad investire nella transizione ecologica, hanno il diritto e il dovere di partecipare alla soluzione».
Il consiglio di amministrazione di Comes ha stanziato un milione di euro per concorrere a una cordata finalizzata all’acquisizione e al rilancio dell’ex stabilimento, invitando altri partner locali a prendere parte all’iniziativa.
Aspetti giudiziari e ruolo del Governo
Sul fronte legale è stata avviata un’azione per tentare di sospendere lo stop: sia Ilva sia Acciaierie d’Italia hanno depositato ricorso straordinario in Corte di Cassazione e hanno chiesto la sospensiva alla Corte d’Appello. Nel documento presentato da Acciaierie d’Italia si contesta la misura adottata dalla Corte d’Appello per la sospensione immediata delle attività dell’area a caldo.
Acciaierie d’Italia ha scritto:
«La Corte d’Appello, disponendo la sospensione immediata delle attività dell’area a caldo, ha integralmente sostituito la propria misura inibitoria a quella disposta dal Tribunale, venendo meno la possibilità per Acciaierie d’Italia di avvalersi della misura rimediale indicata dal Tribunale per evitare la sospensione delle attività di produzione dell’acciaio».
La questione travalica il solo ambito locale: al centro del dibattito vi sono la tutela ambientale, la sicurezza dei lavoratori, la continuità produttiva e l’autonomia strategica nella produzione di acciaio. Il Governo dovrà bilanciare pressioni ambientali e sociali con la necessità di garantire forniture industriali e salvaguardare l’occupazione, valutando possibili interventi di politica industriale e incentivi agli investimenti per modernizzare gli impianti.
L’eventuale fermata prolungata comporterebbe costi diretti per le aziende coinvolte e per l’intera catena di fornitura, con effetti su portualità, logistica e aziende subfornitrici. La trasformazione tecnologica richiesta per il rilancio implicherà ulteriori investimenti in innovazione, controllo ambientale e formazione professionale per ricollocare i lavoratori e adeguare le competenze alle nuove tecnologie.
In sintesi
- La sospensione dell’area a caldo rappresenta un rischio immediato per la tenuta occupazionale dell’indotto: investitori e operatori locali dovranno valutare piani di ristrutturazione che contemperino sostenibilità ambientale e continuità produttiva.
- Dal punto di vista finanziario, lo stop potrebbe aumentare il costo del capitale per le società coinvolte; procedure di riassetto e piani di rilancio richiederanno accesso a risorse pubbliche e private mirate a tecnologie più pulite.
- Per gli investitori italiani, l’esito delle trattative e dei ricorsi giudiziari sarà cruciale per stimare il rischio operativo e il potenziale di rendimento nel settore siderurgico nazionale, influenzando decisioni su partnership locali e joint venture.
- Sul piano macroeconomico, la vicenda sottolinea la necessità di politiche industriali coerenti che favoriscano la transizione ecologica senza compromettere capacità produttiva strategica e stabilità dell’occupazione nei territori più esposti.