Ex Ilva, il gruppo CE Industries entra in corsa per il salvataggio

CE Industries, gruppo industriale con sede nella Repubblica Ceca, ha presentato una manifestazione di interesse per gli impianti dell’ex Ilva, secondo quanto reso noto a margine del meeting di Rimini dal ministro Adolfo Urso.

CE Industries è una holding attiva in Europa e Nord America, con interessi che vanno dalla logistica ferroviaria all’energia, dalla meccanica al riciclo, fino all’acciaio e alla difesa. Fondata dall’imprenditore Jaroslav Strnad, controlla oltre trenta società, impiega più di 3.100 persone e dichiara ricavi superiori a 19 miliardi di corone ceche.

L’ingresso di CE Industries si affianca a manifestazioni di interesse già note: il gruppo siderurgico indiano Jindal, il fondo statunitense Flacks Group e una cordata di produttori italiani che comprende fra gli altri Arvedi, Marcegaglia, Duferco, Acciaierie Veneto e Eusider.

La cordata italiana e l’accesso alla data room

La coalizione italiana guidata da Federacciai ha presentato la propria manifestazione di interesse prima di Ferragosto e ha ottenuto l’accesso alla data room, strumento attraverso il quale gli offerenti possono acquisire informazioni dettagliate sullo stato patrimoniale e operativo degli impianti.

I produttori italiani puntano prevalentemente ad acquisire l’area a freddo dell’impianto di Taranto — cioè i laminatoi, le linee di nastro e le sezioni di finitura — lasciando fuori, in prima battuta, l’area a caldo composta da cokerie, altiforni e acciaierie.

La scelta degli industriali di concentrarsi sull’area a freddo è condizionata da un provvedimento giudiziario che obbliga allo spegnimento dell’area a caldo entro la fine di ottobre, motivato da rischi sanitari e ambientali legati a polveri sottili e amianto.

Questa decisione è stata impugnata da Ilva in amministrazione straordinaria davanti alla Corte di Cassazione, mentre Acciaierie d’Italia, che gestisce gli impianti, sta predisponendo un’istanza di sospensiva da presentare alla Corte d’Appello di Milano per ottenere una valutazione più rapida dell’efficacia del decreto.

Nel frattempo il gruppo Jindal ha riformulato la propria offerta, dichiarandosi disponibile a valutare anche l’acquisizione dell’area a caldo oltre a quella a freddo, tenendo conto delle implicazioni del provvedimento giudiziario.

Questioni legali e impatto operativo

La contesa giudiziaria determina incertezza sui tempi di esercizio e sulle strategie industriali: la possibile chiusura dell’area a caldo mette a rischio sia la continuità produttiva sia l’occupazione nello stabilimento, con effetti a catena sui fornitori e sui comparti collegati, come il cantieristico.

L’esistenza di più manifestazioni di interesse e l’accesso alla data room rendono la gara internazionale più competitiva, ma accentuano anche la necessità che gli acquirenti presentino piani industriali credibili e risorse finanziarie adeguate per risolvere le criticità ambientali e investire nella transizione verso l’acciaio a minore impatto ambientale.

Adolfo Urso ha dichiarato:

“Sull’ex Ilva è in atto una sfida che dobbiamo affrontare insieme per evitare che una decisione legittima di un’altra istituzione, quella della Corte d’Appello di Milano, possa trasformarsi in una bomba sociale e produttiva per l’intero territorio. Serve la massima responsabilità da parte di tutti e il coinvolgimento delle istituzioni.”

Adolfo Urso ha aggiunto:

“A settembre sarà convocato il tavolo sull’Ilva a Palazzo Chigi, coordinato dal sottosegretario Alfredo Mantovano. Affronteremo l’evoluzione della procedura internazionale di gara e, soprattutto, gli investimenti necessari per realizzare a Taranto quell’acciaio green che già si produce in altre aree del Paese.”

Possibili scenari industriali

L’ingresso di nuovi operatori esteri come CE Industries e la disponibilità di Jindal a prendere in considerazione l’area a caldo ampliano le opzioni per l’esito della gara, ma impongono anche maggiori garanzie sulle tempistiche e sugli investimenti ambientali. Gli offerenti dovranno dettagliare piani per la messa in sicurezza, la bonifica e la riduzione delle emissioni, nonché la ricollocazione o la tutela dell’occupazione.

Per il sistema Italia è cruciale che l’operazione non si limiti a una mera cessione di asset, ma comprenda programmi di ammodernamento tecnologico e di decarbonizzazione coerenti con gli obiettivi europei. Ciò potrebbe richiedere interventi pubblici mirati, forme di partnership pubblico-private e strumenti finanziari dedicati per attrarre capitali e contenere il rischio sociale.

Infine, la definizione di un quadro normativo chiaro e tempi certi per la procedura di gara sono elementi determinanti per evitare ritardi che possano compromettere la competitività dell’offerta e aumentare i costi di gestione degli impianti.

In sintesi

  • L’ingresso di CE Industries e la concorrenza di Jindal e di una cordata italiana aumentano la probabilità di offerte che includano investimenti sostanziali, ma rendono più complessa la scelta dell’operatore ottimale per la riconversione degli impianti.
  • La sospensione potenziale dell’area a caldo accentua il rischio di interruzioni produttive e pressioni sui prezzi nel medio periodo: gli investitori dovranno valutare attentamente il profilo di rischio legale e ambientale prima di impegnare capitale.
  • Per attrarre capitali e sostenere la transizione verso l’acciaio green saranno necessari strumenti finanziari pubblici e partenariati strategici, oltre a progetti concreti di ammodernamento e bonifica che riducano il rischio operativo.
  • La tempestiva convocazione del tavolo istituzionale a Palazzo Chigi è un’occasione per definire regole e tempistiche che mettano in condizioni gli offerenti di presentare piani credibili e salvaguardare l’occupazione locale.


Author: Tony
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