Dal 15 luglio scattano nuove regole contro la shrinkflation nei prodotti confezionati

A partire dal 15 luglio entrano in vigore in Italia nuove disposizioni rivolte a contrastare la shrinkflation, la pratica che consiste nel ridurre la quantità di prodotto all’interno delle confezioni senza una proporzionale riduzione del prezzo, oppure accompagnata da aumenti talvolta poco evidenti per il consumatore.

Il provvedimento del Ministero delle Imprese e del Made in Italy mira a incrementare la trasparenza lungo la catena commerciale e a fornire strumenti più chiari ai cittadini per valutare il rapporto tra quantità acquistata e prezzo pagato. Le nuove norme arrivano dopo la procedura di notifica alla Commissione Europea, che ha avuto tre mesi per presentare eventuali osservazioni.

Come cambiano gli obblighi informativi

Il testo definitivo modifica l’impianto previsto in origine: non è più previsto l’obbligo per i produttori di apporre direttamente sulle confezioni una dicitura che segnali la riduzione del contenuto rispetto alla versione precedente.

Al posto dell’indicazione in etichetta viene introdotto un sistema di comunicazione lungo tutta la filiera. In caso di diminuzione della quantità nominale, produttori, distributori e altri operatori coinvolti dovranno inoltrare ai punti vendita una comunicazione standardizzata con le informazioni sulla variazione del contenuto e sulla quota di aumento di prezzo attribuibile alla riduzione della quantità.

Queste informazioni dovranno essere rese visibili ai consumatori sia nei negozi fisici sia mediante i canali digitali utilizzati per la vendita, affinché la comparazione tra vecchie e nuove confezioni sia immediata e verificabile.

Informazioni disponibili per tre mesi

Rispetto alla prima bozza è stata ridotta la durata dell’obbligo di comunicazione: le indicazioni sulla riduzione del contenuto dovranno rimanere accessibili per tre mesi dalla data di immissione sul mercato della nuova confezione, anziché per sei mesi come inizialmente previsto.

Sono escluse dalla disciplina le situazioni in cui la diminuzione di quantità è accompagnata da una modifica della formulazione che ne aumenti la resa o l’efficacia, in modo da mantenere inalterato il valore percepito dal consumatore.

Il fenomeno della shrinkflation nei beni di largo consumo

Secondo stime diffuse da Codacons, la shrinkflation interessa il comparto dei beni di largo consumo in Italia, che pesa circa 120 miliardi di euro all’anno.

L’associazione segnala come la pratica possa tradursi in aumenti occulti dei prezzi mediamente compresi tra il 10% e il 18%, con estremi che in alcuni casi arrivano fino al 40%. Tra i prodotti più colpiti figurano molti alimenti confezionati — come cereali, yogurt, gelati, snack, biscotti, fette biscottate, formaggi, salse pronte e bibite — oltre a beni per la casa e per l’igiene personale quali detersivi, carta igienica, shampoo, bagnoschiuma e dentifrici.

L’attenzione anche alla skimpflation

Oltre alla shrinkflation, il dibattito pubblico si concentra anche sulla cosiddetta skimpflation: la riduzione della qualità degli ingredienti o dei servizi offerti senza modificare il prezzo di vendita.

In questi casi alcuni produttori possono abbassare i costi sostituendo materie prime più pregiate con alternative meno onerose o riducendo il livello del servizio, mantenendo inalterati prezzi e tariffe. Questo fenomeno è più difficilmente rilevabile dai consumatori e accentua la necessità di criteri chiari per la comunicazione della qualità e della composizione dei prodotti.

Più trasparenza per consumatori e mercato

Le nuove disposizioni hanno l’obiettivo di migliorare la disponibilità di informazioni utili al consumatore, permettendo valutazioni d’acquisto più consapevoli e limitando pratiche che possono mascherare l’inflazione reale dei prezzi.

Il decreto sostituisce la disciplina introdotta nel 2024 con il Ddl Concorrenza, modificata in seguito alla procedura aperta dalla Commissione Europea che aveva rilevato possibili incoerenze con le regole del mercato unico. Con il nuovo impianto normativo il Governo cerca di conciliare tutela del consumatore e rispetto delle normative comunitarie, rafforzando la trasparenza senza introdurre adempimenti incompatibili con il diritto europeo.

Per l’attuazione e la vigilanza saranno chiamate a cooperare le autorità nazionali competenti, le strutture di controllo regionali e i gestori delle piattaforme di vendita online, che dovranno garantire la corretta visibilità delle comunicazioni sui canali digitali e nei punti vendita fisici.

Dal punto di vista operativo, le imprese dovranno predisporre processi di tracciamento delle modifiche di prodotto e comunicazioni standardizzate lungo la filiera, con un possibile aumento degli oneri amministrativi ma anche con un potenziale beneficio reputazionale per chi adotterà pratiche sincere e trasparenti.

In sintesi

  • Maggiore trasparenza potrebbe ridurre l’impatto degli aumenti “nascosti” sui consumi, con possibili effetti sul calcolo dell’inflazione e sulle politiche di prezzo delle aziende del largo consumo.
  • Per gli investitori nel settore FMCG, l’aumento degli obblighi informativi può tradursi in costi di adeguamento ma anche in opportunità per marchi che puntano sulla qualità e sulla fiducia del consumatore.
  • I distributori e le piattaforme e‑commerce dovranno aggiornare i propri sistemi informativi; chi riuscirà a integrare rapidamente la comunicazione otterrà un vantaggio competitivo nell’era della trasparenza.
  • Di medio termine, una migliore informazione sui prodotti può orientare le scelte di consumo verso offerte più chiare, influenzando strategie promozionali e margini di settore.