Pannelli in legno, scatta l’allarme: l’urea soggetta al Cbam spinge i costi del 40-60%
- 8 Luglio 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Aziende
Ancora senza soluzione per le aziende produttrici di pannelli a base legno, che da mesi sollecitano l’esclusione della Urea dalle materie soggette al CBAM. Entrato in vigore il 1° gennaio, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere dell’Unione Europea applica un costo sulle importazioni di materie prime e semilavorati la cui produzione è associata a emissioni significative di CO2. Tra questi materiali figura la Urea, un derivato del gas naturale impiegato principalmente in agricoltura come fertilizzante (circa l’85% dell’uso) e, nella filiera dei pannelli, come componente fondamentale per la produzione di colle e resine.
L’urea resta tra le materie soggette al Cbam
Il voto della Commissione ENVI del Parlamento europeo sulla revisione del regolamento, avvenuto il 6 luglio, ha confermato la permanenza della Urea nell’elenco delle materie soggette al nuovo meccanismo. Questa decisione ha innalzato il livello d’allerta sulle ricadute attese per le industrie europee dei pannelli e, per effetto indiretto, sull’intero comparto del legno-arredo.
L’appello delle imprese
Assopannelli ha dichiarato:
“Non possiamo accettare che decisioni assunte con finalità ambientali, pur condivisibili negli obiettivi, si traducano in un ulteriore indebolimento della competitività delle imprese europee, soprattutto in assenza di alternative concrete di approvvigionamento all’interno dell’Unione. Chiediamo maggiore pragmatismo e flessibilità nell’applicazione del regolamento, l’introduzione di meccanismi di sospensione temporanea in presenza di circostanze eccezionali e, soprattutto, l’esclusione della urea dall’ambito di applicazione del CBAM, oltre a misure specifiche per tutelare le industrie a valle che subiranno impatti economici sproporzionati.”
La presa di posizione dell’associazione, collegata a FederlegnoArredo, è il frutto di mesi di interlocuzioni con le istituzioni nazionali ed europee e mette in luce la difficoltà per il settore di trasferire rapidamente le catene di approvvigionamento verso fornitori comunitari.
Possibili rialzi fino al 10-12%
Fantoni ha spiegato:
“La urea è una materia prima strategica per la produzione di resine e colle impiegate nei pannelli a base legno: queste componenti pesano per circa il 43% dei costi diretti di produzione. L’obbligo di acquistare certificati CBAM, pienamente operativo a partire dal 2026, potrebbe generare un incremento del costo della urea stimato tra i 40 e i 60 euro per tonnellata nel solo 2026, traducendosi in un aumento dei costi dei pannelli nell’ordine del 10-12% entro i primi quattro anni di applicazione. Un onere che si riverberebbe su tutta la filiera, erodendo la competitività delle aziende del mobile e incidendo sui prezzi finali per i consumatori.”
La previsione di aumento dei costi fa riferimento sia all’impatto diretto sui prezzi delle materie prime sia agli effetti indiretti lungo la catena del valore: maggiori costi per colle e resine si traducono in prezzi più alti per pannelli, componenti e semilavorati impiegati dalla filiera dell’arredo italiana, con potenziali ripercussioni su export e margini industriali.
Dal punto di vista operativo, il CBAM richiede per fasi progressive la rendicontazione delle emissioni incorporate e, a partire dal 2026, l’obbligo di acquistare certificati. Ciò significa che le imprese europee che utilizzano prodotti a base di urea importeranno, in pratica, un costo aggiuntivo legato all’impronta carbone dei loro fornitori esteri. Per molti produttori italiani del settore, l’assenza di forniture alternative nella UE rende difficile attenuare l’impatto attraverso ricorsi a mercati interni.
Le opzioni sul tavolo istituzionale includono misure temporanee di sospensione, l’introduzione di esenzioni settoriali calibrate o il sostegno agli investimenti per tecnologie alternative nelle resine e negli adesivi. Interventi di politica industriale a livello nazionale e comunitario potrebbero prevedere incentivi alla produzione domestica di materie prime a ridotta intensità carbonica o programmi di riconversione tecnologica per le imprese della filiera.
In assenza di interventi mirati, il rischio è una perdita di competitività delle realtà manifatturiere italiane sul mercato globale, con possibili effetti negativi su occupazione e bilancio commerciale, particolarmente rilevanti per un settore, come quello del mobile, tra i pilastri dell’export nazionale.
In sintesi
- Il mantenimento della Urea nell’ambito del CBAM potrebbe comprimere i margini delle aziende italiane della filiera legno-arredo, rendendo necessari adeguamenti dei prezzi che riducono la competitività all’export.
- Per gli investitori, la situazione segnala un aumento del rischio operativo per le aziende esposte alle commodity legate al gas naturale; valutare l’esposizione alla catena di fornitura e piani di mitigazione sarà cruciale.
- Interventi pubblici mirati (esenzioni temporanee, incentivi per alternative low-carbon, sostegno alla produzione nazionale) possono attenuare gli shock di breve termine e facilitare la transizione industriale senza compromettere la competitività.