Lotta all’evasione, addio al redditometro: dai finti poveri riscossi appena 400mila euro in un anno

Lo strumento noto come redditometro, tecnicamente definito accertamento sintetico del reddito, per anni è stato soprannominato il «grande fratello del fisco»: veniva impiegato per individuare contribuenti che dichiaravano redditi bassi ma mostrano capacità di spesa incongruenti con quanto dichiarato, dalle seconde case agli autoveicoli di lusso fino a spese per istruzione e tempo libero.

L’utilizzo dell’accertamento sintetico è sempre stato controverso sul piano politico e sociale: induce sfiducia tra i cittadini controllati e solleva perplessità tra partiti sia della maggioranza sia dell’opposizione, per l’impatto che ha sull’immagine pubblica delle verifiche fiscali e per i rischi di contenzioso giudiziario.

I dati contenuti nel Rendiconto generale dello Stato 2025, elaborati dalla Corte dei Conti, mostrano quanto lo strumento sia ormai marginale: nel 2025 le somme effettivamente riscosse grazie all’accertamento sintetico sono risultate pari a 398.457 euro, mentre gli importi complessivamente accertati ammontavano a circa 35,2 milioni di euro. Il rapporto tra quanto contestato e quanto incassato si attesta quindi intorno all’1,13%.

La norma origina dall’articolo 38 del DPR 600/1973 e svolge la funzione di «norma di chiusura» nei controlli sui redditi delle persone fisiche: il fisco ricostruisce il reddito potenziale di un contribuente a partire dalle spese sostenute o da indicatori che segnalano una capacità contributiva superiore a quella dichiarata, attivando approfondimenti nei casi di forte discrepanza tra consumi e dichiarazioni.

Negli anni lo strumento è stato oggetto di numerose modifiche legislative e regolamentari che ne hanno progressivamente ridotto l’applicabilità. L’intervento più significativo è arrivato con il decreto Omnibus dell’agosto 2024, che ha ridefinito i presupposti per l’avvio dell’accertamento: oggi l’accertamento sintetico può partire solo quando il reddito ricostruibile supera di almeno il 20% quello dichiarato per almeno un periodo d’imposta e la differenza è pari ad almeno dieci volte l’importo dell’assegno sociale annuo (soglia non inferiore a 69.473 euro). Al di sotto di queste soglie l’azione amministrativa non è esercitabile.

La Corte dei Conti ha interpretato queste modifiche come un chiaro «drastico ridimensionamento» dell’instrumento, evidenziando come la combinazione di soglie elevate, oneri probatori e vincoli procedurali abbia drasticamente ridotto l’efficacia operativa del metodo sintetico.

Dietro i numeri ci sono diverse ragioni pratiche: soglie normative più alte limitano il campo d’azione, l’accertamento richiede risorse investigative e prove documentali solide, e i contenziosi tributari possono annullare o diluire i risultati. Di conseguenza, l’Agenzia delle Entrate ha progressivamente orientato le attività di controllo verso strumenti alternativi (incrocio di banche dati, controlli documentali e mirati audit fiscali) che garantiscano risultati più concreti in termini di riscossione.

Per il tessuto economico la marginalità dell’accertamento sintetico ha effetti ambivalenti: da un lato riduce il rischio di contestazioni di massa legate a stili di vita sospetti, dall’altro può indebolire la deterrenza nei confronti dell’evasione di reddito da lavoro autonomo e di capitale, con possibili ripercussioni sulla concorrenza tra imprese e sugli operatori che rispettano gli obblighi fiscali.

Da un punto di vista operativo, l’esperienza recente indica che per recuperare gettito in modo efficiente sarà probabilmente necessario ripensare gli strumenti della compliance fiscale: investire in analisi dei dati, rafforzare la cooperazione internazionale nell’accesso alle informazioni patrimoniali, e concentrare le verifiche sui casi ad alta probabilità di recupero effettivo.

In prospettiva politica, ogni decisione di restringere o riattivare strumenti come l’accertamento sintetico rimane sensibile: le scelte saranno condizionate dall’equilibrio tra necessità di consenso, sostenibilità del recupero fiscale e pressione pubblica sulla lotta all’evasione. Per il mondo degli investimenti ciò si traduce in una variabile regolatoria da monitorare con attenzione.

In sintesi

  • La trascurabilità degli incassi derivanti dall’accertamento sintetico riduce la capacità deterrente dell’azione fiscale, aumentando il rischio che il sommerso persista e che le imprese oneste sopportino una competitività distorta.
  • Per gli investitori immobiliari la minore aggressività del controllo basato sullo stile di vita contiene il rischio di revisioni retroattive, ma aumenta l’importanza della due diligence preventiva sul profilo fiscale degli asset e dei controparti.
  • Il basso rapporto tra accertato e riscossioni suggerisce un’inefficienza nell’allocazione delle risorse di controllo: il potenziamento dell’analisi dei dati e della cooperazione internazionale potrebbe offrire un rendimento fiscale migliore e generare opportunità per società che offrono servizi di compliance e tecnologie anti-evasione.
  • Dal punto di vista politico-economico, eventuali futuri cambi di direzione normativi restano un fattore di rischio per i mercati; osservare i segnali legislativi e le priorità di spesa pubblica è essenziale per valutare l’impatto su settori come il lusso, il turismo d’alta gamma e il mercato immobiliare di pregio.


Author: Tony
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