Occorre garantire ai giovani la libertà di scegliere il proprio futuro
- 8 Giugno 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Economia
Alla fine dell’età riproduttiva lo scarto tra la fecondità desiderata e quella effettiva risulta pari a circa 0,8 figli per gli uomini e 0,7 figli per le donne. Uno studio recente, pubblicato sulla rivista Population Research and Policy Review e condotto con Giulia Feltrin, Rebecca Soldo, Valeria Ferraretto e Raffaele Guetto, ha mappato questo divario e alcune delle sue cause.
Dalla stessa analisi emerge anche un consistente scostamento tra l’età desiderata e l’età effettiva al primo figlio: il 65% dei genitori che hanno avuto il primo figlio tra i 30 e i 34 anni dichiara che avrebbe voluto diventare genitore prima, mentre il 96% delle madri che hanno avuto il primo figlio dopo i 40 anni afferma di averlo desiderato in un momento precedente.
L’età in cui i giovani raggiungono indipendenza economica, stabilità occupazionale e autonomia abitativa è spesso superiore all’età ritenuta ideale da loro stessi e supera inoltre l’età di massimo potenziale biologico per la fertilità. Questa discrepanza spiega in parte i rinvii o le rinunce alla genitorialità.
Fondo popolazione delle Nazioni Unite ha dichiarato:
«Questa è la vera crisi della fecondità: una crisi di scelte negate, causata da ostacoli che inducono a rimandare o a rinunciare a figli, oppure a emigrare verso contesti in cui è più veloce raggiungere l’età adulta».
Le politiche pubbliche, se progettate con un approccio centrato sulla persona, inclusivo e orientato all’equità di genere, possono ridurre alcune di queste barriere. L’obiettivo non è semplicemente aumentare il numero di nascite, ma mettere i giovani nelle condizioni di decidere liberamente se, quanti e quando avere figli.
Il rischio del dibattito
La valutazione delle misure di sostegno alla famiglia non dovrebbe limitarsi a contare nascite aggiuntive: la domanda rilevante è se strumenti come l’assegno unico universale contribuiscono a ridurre il divario tra desiderio e realizzazione della genitorialità, migliorano il benessere delle famiglie e attenuano povertà e disuguaglianze. Concentrarsi soltanto sui numeri delle nascite rischia di semplificare e polarizzare il dibattito pubblico.
Poiché le coppie con figli rappresentano una quota decrescente dei nuclei familiari, cresce il rischio che il loro peso politico si riduca e che la politica tenda a disinvestire in misure di supporto. Questo sarebbe un errore: oltre ai trasferimenti monetari servono investimenti in servizi di cura, politiche di conciliazione lavoro–famiglia e congedi parentali adeguati, che hanno effetti sul benessere familiare e sulla partecipazione femminile al mercato del lavoro.
Sul piano fiscale, le scelte di policy implicano trade-off e priorità di bilancio: preferire soluzioni universali o misure mirate, valutare la sostenibilità delle spese e monitorare l’efficacia nel tempo sono decisioni che richiedono analisi costi-benefici attente e orientate agli esiti sociali ed economici di lungo periodo.
Strategie per i giovani
Oltre a sostenere le famiglie esistenti, è necessario intervenire sulle condizioni che ostacolano la formazione di nuove famiglie. Rimuovere gli ostacoli all’indipendenza economica giovanile — lavoro stabile, alloggi accessibili, servizi di prossimità — può anticipare la scelta di avere figli o favorirne la realizzazione.
I giovani richiedono fiducia, prospettive occupazionali, sicurezza e aspettative reali di miglioramento. Il rapporto annuale dell’Istat segnala che, per la prima volta, la quota di persone nate tra il 1980 e il 1994 che sperimenta una mobilità sociale discendente supera quella di chi sperimenta una mobilità ascendente: un segnale di erosione delle opportunità rispetto alla generazione precedente, nonostante livelli di istruzione mediamente più elevati.
Questa perdita di prospettiva pesa in modo particolare sulle giovani donne. Nel Global Gender Gap Report del World Economic Forum il posizionamento dell’Italia (85°) è lontano da quello di paesi come la Germania (9°), il Regno Unito (4°) e i Paesi scandinavi (nella top-3). Migliorare la parità di genere sul lavoro e nelle responsabilità di cura è dunque cruciale per restituire autonomia di scelta alle donne e sostenere la partecipazione al mercato del lavoro.
Interventi efficaci includono politiche attive del lavoro rivolte ai giovani, incentivi per la stabilizzazione contrattuale, investimenti in edilizia abitativa accessibile, ampliamento dei servizi per l’infanzia e misure mirate a ridurre il divario retributivo e di carriera tra i generi. Queste azioni hanno anche impatti diretti sulla produttività e sulla sostenibilità dei conti pubblici nel medio-lungo periodo.
In sintesi
- Il divario tra fecondità desiderata e reale evidenzia una domanda di politiche che migliorino le condizioni di vita e lavoro dei giovani; rispondere a questa domanda può ridurre i rischi di contrazione della forza lavoro e pressioni future sui sistemi pensionistici.
- Per gli investitori, misure pubbliche che incentivano la formazione delle famiglie possono creare opportunità nei settori della cura all’infanzia, dell’edilizia residenziale accessibile e dei servizi di conciliazione, ampliando la domanda di beni e servizi a lungo termine.
- Rafforzare la parità di genere e la stabilità occupazionale è una leva fondamentale per aumentare la capacità di scelta delle donne e favorire la partecipazione economica, con benefici sulla crescita e sulla sostenibilità fiscale.
- Le scelte di policy richiedono valutazioni di costo-efficienza e orizzonti temporali lunghi: investire oggi in servizi e politiche familiari può ridurre disuguaglianze e produrre ritorni economici e sociali nel medio periodo.