Da Don Panizza agli agricoltori di Goel: storie di impegno contro i caporali in stile ndrangheta
- 8 Giugno 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Economia
Don Giacomo Panizza ha dichiarato:
«Il problema è il prezzo, la filiera del mercato. Accettare i diktat della grande distribuzione o lasciare la frutta sull’albero. Così si ricattano gli imprenditori agricoli e si schiavizzano i braccianti.»
Progetto Sud nasce come realtà di impegno sociale e, tra le sue attività, comprende anche esperienze agricole pensate per reinserire persone fragili nel mondo del lavoro.
Don Giacomo Panizza è arrivato a Lamezia Terme alla fine degli anni ’70 provenendo dall’alta Pianura Padana, più precisamente da Brescia. Da decenni dedica il proprio impegno ai disabili, agli immigrati e alle persone con problemi di tossicodipendenza, promuovendo percorsi socio-educativi che includono formazione e opportunità occupazionali.
Tra le attività operative del Progetto Sud c’è un’azienda agricola diffusa tra la piana di Lamezia e Settingiano, che si estende su circa otto ettari e produce miele, olio e ortaggi a km 0. L’obiettivo è coniugare sostenibilità produttiva e inclusione sociale.
Don Giacomo Panizza ha spiegato:
«Chi vuole i nostri prodotti se li viene a prendere. Di quello che vendiamo alla Gdo, invece, stabiliamo noi la cifra. Cinque o otto centesimi per ogni cassetta di arance sono il prezzo della schiavitù.»
Il progetto e l’agricoltura sociale
Il modello praticato dal Progetto Sud è esemplare per come collega produzione locale e azioni di inclusione: le coltivazioni diventano laboratorio formativo, le vendite dirette preservano il margine degli agricoltori e si limita la dipendenza dai canali di distribuzione che comprimono i prezzi.
Queste esperienze dimostrano che percorsi cooperativi e circuiti corti possono offrire una risposta concreta al problema dell’occupazione, ma rimangono limitati se non si interviene sulla struttura della domanda e sulla regolamentazione della filiera.
La filiera e il ruolo degli intermediari
Secondo osservatori locali, il nodo centrale è l’intermediazione: troppi passaggi tra produttore e consumatore finale erodono il prezzo iniziale pagato all’agricoltore. Questo meccanismo incentiva chi cerca di ridurre i costi del lavoro per restare competitivo sul mercato della grande distribuzione.
Vincenzo Linarello, fondatore e presidente di Goel — una rete di imprese e cooperative sociali impegnata nella rigenerazione economica della regione — ha affermato:
«Troppi passaggi, troppi intermediari, troppi grossisti locali che abbassano il primo prezzo all’agricoltore.»
La pressione sul prezzo iniziale si traduce automaticamente in pressione sui salari: meno margine significa minore capacità di rispettare contratti e paghe dignitose, con conseguenze dirette sulle condizioni dei braccianti agricoli.
La raccolta delle fragole e la tragedia
Nel territorio della piana di Lamezia Terme, ad Acconia di Curinga, si concentra la raccolta della fragola cultivar Ligea, coltivata anche in aree dell’alto Ionio Cosentino, come Amendolara. Proprio in questa zona si è consumato il tragico episodio in cui quattro braccianti sono morti in un incendio a bordo di un’auto.
I nomi delle vittime sono: Waseem Khan, Fazal Amin Khogyani, Ismat Ullah Qiemi e Amjad Safi. Tutti chiedevano una paga equa e un contratto regolare per la raccolta delle fragole.
La vicenda ha innescato manifestazioni di protesta promosse dalla CGIL e da realtà associative e politiche locali che reclamano azioni contro lo sfruttamento e il caporalato. La mobilitazione ha evidenziato la fragilità delle tutele per i lavoratori stagionali e la permeabilità del settore ad organizzazioni criminali.
Don Giacomo Panizza ha avvertito:
«Quello che è accaduto ci avverte che si sta costituendo sui territori un nuovo potere. Clan di caporali che sono anche immigrati, organizzati in stile ‘ndrangheta, forse, se è possibile, anche più spietati.»
Questa lettura richiama la necessità di un intervento combinato: controlli ispettivi mirati, politiche di sostegno alle filiere etiche, potenziamento dei meccanismi di tracciabilità e incentivi per la vendita diretta e i marchi di qualità che riconoscano il lavoro regolare.
La risposta istituzionale può comprendere programmi di formazione per gli operatori agricoli, strumenti finanziari agevolati per le cooperative sociali che assumono regolarmente e maggiore collaborazione tra forze dell’ordine, magistratura e servizi ispettivi per smantellare le reti di sfruttamento.
Prospettive economiche e di mercato
Dal punto di vista del mercato, la compressione dei prezzi nella filiera alimentare ha effetti sistemici: riduce la redditività delle aziende agricole familiari, accelera l’abbandono della terra e indebolisce la capacità della regione di valorizzare prodotti a denominazione o a marchio territoriale.
Allo stesso tempo, la crescente attenzione dei consumatori verso la tracciabilità e il commercio etico può creare nuove opportunità: filiere trasparenti e contratti che riconoscano il costo reale del lavoro possono sostenere prezzi più alti e attrarre investimenti orientati all’impatto sociale.
Per sostenere un cambiamento durevole è dunque necessario che politiche pubbliche, reti cooperative e operatori della distribuzione lavorino insieme per ripensare la struttura contrattuale e commerciale che regola l’agroalimentare locale.
In sintesi
- La pressione sui prezzi imposta dalla Gdo erode i margini degli agricoltori, aumentando il rischio di lavoro irregolare e minando la sostenibilità delle imprese locali.
- Investire in filiere corte, certificazioni etiche e tracciabilità può creare un premium di mercato, rappresentando un’opportunità per investimenti a impatto sociale nel settore agroalimentare.
- Rafforzare controlli, formazione e accesso a finanziamenti agevolati per le cooperative sociali è strategico per stabilizzare l’occupazione stagionale e contrastare reti di sfruttamento.