Difesa: le importazioni coprono un terzo del fabbisogno di equipaggiamenti militari dell’Italia
- 30 Maggio 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Economia
L’industria della difesa in Italia si sta orientando verso nuovi mercati, ma resta dipendente dalle importazioni per una quota significativa degli equipaggiamenti: secondo la relazione annuale di Bankitalia circa un terzo del fabbisogno nazionale è coperto dall’estero.
Struttura della filiera e commercio estero
Bankitalia fotografa una filiera caratterizzata da una forte vocazione all’export nel segmento privato: oltre il 50 per cento delle vendite deriva dalle esportazioni, in larga misura verso paesi extraeuropei. Allo stesso tempo, gli acquisti di beni e servizi per la difesa restano prevalentemente nazionali, con circa il 72 per cento degli approvvigionamenti soddisfatto all’interno del Paese.
Nonostante la presenza di fornitori nazionali, l’Italia importa una quota rilevante di componentistica ed equipaggiamenti: gran parte di queste importazioni proviene da partner esteri, in particolare dai Stati Uniti, che coprono approssimativamente il 30 per cento degli acquisti complessivi di armamenti.
Effetti macroeconomici degli aumenti di spesa
La relazione analizza due scenari di aumento della spesa per la difesa e i loro impatti sull’economia. Nel primo scenario di riferimento si ipotizza un aumento permanente pari allo 0,5 per cento del PIL, destinato ai produttori nazionali con acquisti di beni intermedi anche dall’estero e mantenendo l’attuale ripartizione tra costi del personale e investimenti in armamenti.
In questo contesto il documento stima un aumento degli investimenti in R&S nell’economia dello 0,6 per cento e un lieve incremento del prodotto potenziale, stimato in 0,01 punti percentuali nell’arco di dieci anni. Questi effetti vanno letti rispetto a una previsione di crescita potenziale annua moderata per il prossimo quinquennio.
Nel secondo scenario, allineato all’obiettivo di spesa indicato dalla Nato, si considera un aumento permanente pari all’1,5 per cento del PIL, con solo un terzo delle risorse addizionali assorbite dal personale. Qui l’impatto su R&S è molto più marcato: gli investimenti aziendali in ricerca e sviluppo salirebbero di quasi quattro volte rispetto allo scenario base, con un effetto più significativo anche sul prodotto potenziale.
La relazione sottolinea inoltre che gli effetti positivi sarebbero accentuati se l’approvvigionamento privilegiasse imprese ad alta intensità di R&S o fosse accompagnato da un aumento della spesa pubblica diretta in ricerca, la quale, pur finanziando applicazioni militari, può generare esternalità tecnologiche utili per il settore civile e la crescita di lungo periodo.
Proiezioni e scenari per il 2028
Il peggioramento del contesto geopolitico ha spinto i Paesi europei membri della Nato a pianificare aumenti della spesa per la difesa, con l’obiettivo comune di raggiungere una incidenza del 3,5 per cento del PIL entro il 2035. Per l’Italia, il Governo ha valutato la possibilità di aumentare la spesa destinata alla difesa di 0,5 punti percentuali del prodotto entro il 2028, equivalenti a circa 12,2 miliardi di euro aggiuntivi rispetto al 2025.
Questa prospettiva apre opportunità industriali per le imprese italiane, ma pone anche sfide: è necessario ridurre la dipendenza dalle importazioni strategiche, migliorare l’efficienza della spesa pubblica e orientare gli acquisti verso programmi che favoriscano innovazione e trasferimenti tecnologici al tessuto produttivo civile.
Dal punto di vista finanziario, la sostenibilità di aumenti strutturali della spesa dipenderà dalle scelte sul mix tra investimenti e costi correnti, dal grado di coinvolgimento del settore privato e da come verranno finanziati gli incrementi: misure di bilancio mirate all’investimento in R&S possono potenzialmente moltiplicare il ritorno economico rispetto a spese orientate esclusivamente alla componente personale o all’acquisto di sistemi importati.
Conseguenze industriali e politiche
Per le imprese italiane del settore la maggiore domanda pubblica può tradursi in opportunità di crescita, specializzazione e inserimento nelle catene globali del valore. Tuttavia, perché questi effetti si concretizzino è essenziale una strategia industriale che combini programmazione degli acquisti, incentivi alla R&S e politiche per favorire la sinergia tra settore militare e civile.
Sul piano politico, le scelte di incremento della spesa per la difesa avranno ripercussioni su altre priorità di bilancio. I decisori dovranno bilanciare esigenze di sicurezza, competitività industriale e stabilità fiscale, tenendo conto dell’impatto a medio-lungo termine su produttività e occupazione qualificata.
In sintesi
- Un aumento mirato della spesa per la difesa può fungere da stimolo per la domanda di tecnologie avanzate, favorendo investimenti privati in R&S e trasferimenti tecnologici verso il settore civile.
- La dipendenza da importazioni per componenti strategiche riduce il moltiplicatore nazionale: politiche industriali che incentivino la produzione domestica ad alta intensità tecnologica aumenterebbero il ritorno economico degli investimenti pubblici.
- Per gli investitori, settori collegati alla difesa e alla ricerca applicata offrono potenziali opportunità di crescita, ma l’attrattività dipenderà dalla chiarezza delle commesse pubbliche e dalla stabilità normativa.
- Dal punto di vista macroeconomico, la sostenibilità degli aumenti di spesa richiede un mix di investimenti produttivi e gestione efficiente dei costi correnti per evitare effetti di spiazzamento su altre voci di bilancio.