Pensioni: assegni più bassi per chi andrà in pensione nel 2060
- 23 Maggio 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Economia
Chi va in pensione oggi riceve in media l’81,5% dell’ultimo stipendio, mentre chi uscirà nel 2060 si troverà con il 64,8%: dietro questi numeri c’è un altro spread meno discusso rispetto a quello dei titoli di Stato, ma dalle conseguenze rilevanti. Il divario riguarda il rapporto tra l’importo della prima pensione e l’ultima retribuzione, e fotografa una perdita progressiva del potere d’acquisto per le future generazioni di lavoratori.
I dati elaborati dal Censis e da Confcooperative sono stati presentati durante il panel «Lavoro e pensioni sulle montagne russe tra opportunità e trappole del futuro», moderato da Nicola Saldutti de Corriere della Sera, nell’ambito del Festival dell’Economia di Trento. Le stime mettono in luce come cambiamenti demografici, regole pensionistiche e dinamiche salariali abbiano interagito negli ultimi decenni, producendo un significativo scostamento tra generazioni.
Un’ipoteca sul futuro secondo Confcooperative
Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, ha lanciato l’allarme:
“Una vera ipoteca sul futuro che si somma ai salari tra i più bassi d’Europa. È il frutto di dinamiche incrociate che si sono intrecciate e sviluppate negli ultimi 30 anni.”
Disparità di genere persistenti
Le disparità non sono solo generazionali: emergono con forza anche differenze legate al genere. Come evidenziato dalle analisi presentate, il percorso lavorativo oggi è sempre più discontinuo, con impatti rilevanti sulle carriere femminili e, di conseguenza, sulle relative pensioni.
Alessandra Rinaldi, presidente donne di Confcooperative, ha fatto notare:
“Non c’è più un percorso lineare che passa dalla formazione al lavoro e alla pensione. È una linea sempre più frammentata, soprattutto per le donne che oggi guadagnano 8-10 mila euro in meno l’anno rispetto agli uomini. Un gap salariale che nasce prima della retribuzione, perché riguarda il percorso e le opportunità più che lo stipendio. Anche per il carico di cura che ancora oggi è a carico delle donne. Abbiamo il 61% degli occupati donna, il 27% di donne nella governance, che arriva anche al 34% nel caso delle under 35. Dati che testimoniano la capacità della cooperazione di creare opportunità.”
Assistenza e ruolo della cooperazione
La crescente pressione assistenziale e la compressione salariale incidono non solo sulle pensioni future, ma anche sulla capacità delle famiglie di sostenere economicamente i servizi di cura. La cooperazione viene indicata come uno degli strumenti per favorire conciliazione, occupazione dignitosa e fiducia nel futuro tra i più giovani.
Ilaria Miniutti, rappresentante dei Giovani imprenditori di Confcooperative, ha spiegato:
“La generazione di oggi non sarà in grado in futuro di supportare i propri figli e i propri genitori come in passato, a causa di stipendi più bassi e di maggiore permanenza a lavoro. La cooperazione nasce per dare risposta a un bisogno. Oggi il suo compito è quello di restituire opportunità ai giovani: di avere una maggiore conciliazione tra vita e lavoro, avere un lavoro dignitoso e che permetta di avere fiducia nel futuro.”
Ripercussioni sul sistema di assistenza
La riduzione della base occupazionale e i livelli salariali stagnanti producono effetti a catena sul mercato del lavoro e sulla domanda di servizi di assistenza formale. Una minore capacità di spesa delle famiglie può trasferirsi direttamente sulla qualità e sulla quantità dei servizi acquistabili, accentuando il ricorso al lavoro non regolamentato o alle reti familiari.
Andrea Toma del Censis ha commentato:
“Nel 2050 avremo 7,7 milioni in meno di lavoratori.”
Questa proiezione demografica sottolinea come la sostenibilità del sistema pensionistico pubblico sia sempre più vincolata all’occupazione di qualità e a politiche che incentivino la partecipazione al mercato del lavoro, soprattutto delle donne e delle fasce giovanili.
Contesto tecnico e implicazioni economiche
Il calo del rapporto tra prima pensione e ultima retribuzione riflette cambiamenti nelle regole di calcolo (passaggio progressivo a meccanismi contributivi) e l’effetto di salari reali poco dinamici. Meno reddito pensionistico significa minore domanda per consumi duraturi e servizi, con possibili ripercussioni sul PIL e sulla stabilità fiscale.
Per i mercati finanziari e per gli investitori istituzionali, queste tendenze suggeriscono un possibile aumento della domanda di strumenti previdenziali integrativi e di prodotti capaci di offrire rendimenti reali nel lungo periodo. Imprese e fondi pensione potrebbero dover ripensare l’asset allocation, privilegiando strategie che mitigano il rischio inflazione e tutelano il reddito futuro degli iscritti.
Sul piano politico, il fenomeno richiama l’urgenza di misure integrate: politiche attive del lavoro, incentivi alla partecipazione femminile, interventi sulla formazione continua e proposte mirate per sostenere i redditi da lavoro, al fine di evitare che la fragilità delle pensioni future si traduca in maggiori oneri per le famiglie e per i bilanci pubblici.
In sintesi
- La riduzione attesa del rapporto tra pensione iniziale e ultima retribuzione indica una pressione deflazionistica sul potere d’acquisto delle future pensioni, con possibili effetti negativi sui consumi e sulla crescita economica.
- Per gli investitori, la tendenza aumenta l’attrattiva di soluzioni previdenziali integrative e di portafogli orientati alla protezione dal rischio inflazione e alla generazione di rendimenti reali nel lungo termine.
- Dal punto di vista del mercato del lavoro italiano, rafforzare la partecipazione femminile e migliorare la qualità dei contratti è essenziale per sostenere il sistema pensionistico e ridurre i costi legati all’assistenza non professionale.
- Le politiche pubbliche dovrebbero combinare interventi su salario, occupazione e servizi di cura per evitare che l’erosione delle pensioni future aumenti la dipendenza da trasferimenti pubblici e sostenga la domanda di occupazione a basso costo.