Pmi fiduciose ma immobili: Anthilia avverte del rischio di desertificazione silenziosa
- 14 Maggio 2026
- Posted by: Tony
- Categoria: Aziende
Fiduciose sulle prospettive ma in difficoltà nel trasformare la fiducia in strategie d’investimento coerenti: è questo il ritratto che emerge dall’osservatorio dedicato alle Pmi condotto da Excellera e presentato a Milano da Anthilia Capital Partners. Il tessuto produttivo nazionale mostra segnali di buona salute, ma fatica a compiere il salto dimensionale necessario per competere sui mercati internazionali e rischia, per frammentazione e governance poco strutturate, di diventare oggetto di acquisizioni guidate da capitali esteri.
I dati della ricerca
La ricerca ha analizzato un campione di 100 aziende con fatturato annuo compreso tra 20 e 250 milioni di euro. L’89% del campione si dichiara fiducioso sulle prospettive di crescita per i prossimi dodici mesi e il 55% prevede investimenti significativi nei successivi due-tre anni, sebbene solo circa il 20% consideri tali investimenti di entità realmente rilevante. Tra le barriere maggiori vengono indicate l’incertezza macroeconomica, gli oneri burocratici e normativi e, in modo trasversale, la difficoltà a misurare con precisione il ritorno degli investimenti: l’83% del campione valuta questa operazione come «difficile» e il 13% come «molto difficile».
Gli investimenti
La conseguenza pratica di questa incertezza è una forte propensione a destinare risorse al mantenimento dell’operatività piuttosto che alla trasformazione: tra le voci prevalenti figurano l’ammodernamento degli impianti (circa il 33%) e la digitalizzazione di base (circa il 34%). Gli interventi realmente orientati alla crescita dimensionale — come le acquisizioni o l’ingresso di partner finanziari — risultano marginali (14%), mentre solo il 10% dichiara investimenti mirati al rafforzamento della governance e della struttura proprietaria. Questo profilo indica una preferenza per interventi a breve termine e una sottovalutazione degli strumenti che favoriscono scale-up e aggregazioni.
Il nodo del passaggio generazionale
Il tema della continuità manageriale e proprietaria è centrale: la gestione dell’impresa è indicata come elemento chiave dal 46% degli intervistati, mentre il passaggio generazionale viene segnalato come la principale sfida nel 47% dei casi. La difficoltà a strutturare una governance moderna e a predisporre piani di successione aumenta la vulnerabilità delle imprese, soprattutto nel caso di famiglie imprenditoriali in cui il controllo rimane fortemente personalizzato.
Marco Fortis ha sottolineato:
“L’Italia è il terzo paese del mondo per surplus commerciale.”
Giovanni Landi ha commentato:
“Oggi le imprese che generano questo valore appaiono più aggredibili di quanto sembri; la combinazione di governance su misura del fondatore e frammentazione del capitale espone il sistema produttivo al rischio di acquisizioni straniere, una forma silenziosa di desertificazione industriale.”
Il rischio «desertificazione»
Con «desertificazione industriale» si intende il progressivo svuotamento delle capacità produttive e decisionali del Paese a favore di gruppi esteri che possono acquisire asset strategici, integrare catene di fornitura e spostare valore all’estero. Le conseguenze ricadrebbero su occupazione, filiere locali e autonomia strategica in settori chiave. Per contrastare questo fenomeno è necessario agire su più fronti: favorire la capitalizzazione delle imprese italiane, rendere più agevole l’accesso a strumenti di crescita (equity di sviluppo, debito corporate dedicato), promuovere politiche fiscali e normative che incentivino il reinvestimento e sostenere la professionalizzazione dei consigli di amministrazione.
L’intervento pubblico può giocare un ruolo cruciale nel facilitare processi di consolidamento industriale e successione: misure che riducano i costi transazionali per le aggregazioni, strumenti di garanzia per il credito alle operazioni di crescita e programmi di formazione manageriale possono aiutare le Pmi a diventare meno frammentate e più appetibili per investimenti che ne rispettino il controllo nazionale. Sul versante privato, la diffusione di best practice di governance e l’apertura a investitori pazienti possono aumentare la resilienza e la capacità competitiva delle imprese.
Infine, rafforzare i canali di accesso al capitale di rischio e incentivare percorsi di aggregazione potrebbe ridurre la dipendenza da acquirenti esteri offrendo percorsi di valorizzazione che mantengano nel Paese competenze, posti di lavoro e capacità di innovazione.
In sintesi
- La riluttanza a finanziare investimenti trasformativi mantiene alta la quota di interventi di manutenzione, frenando la crescita dimensionale necessaria per competere su scala globale.
- La fragilità della governance e i problemi di passaggio generazionale aumentano il rischio di acquisizioni straniere che possono erodere valore strategico nazionale.
- Per gli investitori italiani si apre un’opportunità: sostenere processi di consolidamento e rafforzamento manageriale può generare rendimenti interessanti e contribuire a preservare il capitale produttivo nazionale.
- Politiche pubbliche mirate (incentivi fiscali, garanzie su credito per aggregazioni, programmi di formazione manageriale) sono strumenti rilevanti per ridurre la vulnerabilità del sistema produttivo italiano.