Pensioni, proroga dell’isopensione oltre il 2026: si aprono nuovi canali di uscita

Il governo sta valutando di estendere la possibilità di accedere all’isopensione fino a sette anni prima del pensionamento, misura oggi garantita solo fino al 2026, e sta esaminando un intervento normativo per ampliare le vie d’uscita dal lavoro.

In particolare, è allo studio l’ipotesi di consentire anche ai lavoratori rientranti nel sistema retributivo o misto — con contribuzioni antecedenti al 1° gennaio 1996 — di poter andare in pensione a 71 anni con almeno cinque anni di contribuzione, condizione finora prevista soltanto per i cosiddetti “contributivi puri”, a fronte della rinuncia alle quote calcolate con il metodo retributivo.

Le novità sono state anticipate dal ministro del Lavoro, Marina Calderone, nel corso di risposte a interrogazioni alla Camera e potrebbero trovare collocazione nel disegno di legge di conversione del Decreto 1° Maggio tramite un emendamento della maggioranza o del governo.

Funzionalità e prospettive dell’isopensione

L’isopensione, disciplinata dall’articolo 4 della legge Fornero, è uno strumento che consente ai datori di lavoro con più di 15 dipendenti, di concerto con le organizzazioni sindacali, di progettare percorsi di uscita anticipata totalmente sostenuti dall’azienda per favorire riorganizzazioni e processi di ricambio generazionale.

Il dispositivo è spesso impiegato nelle aziende industriali e nei servizi ad alta intensità occupazionale per gestire esuberi e incentivare turnover, offrendo al lavoratore una continuità reddituale e contributiva fino alla decorrenza del trattamento pensionistico.

Marina Calderone ha spiegato:

“Sono in corso valutazioni tecniche: l’isopensione è uno strumento largamente utilizzato nei processi di gestione degli esuberi e di ricambio generazionale. Il lavoratore viene accompagnato alla prima decorrenza utile del trattamento pensionistico, mantenendo continuità reddituale e contributiva fino all’accesso alla pensione.”

In passaggi normativi recenti la proroga dell’isopensione era stata ipotizzata ma non inserita nel testo definitivo del decreto; la strada più probabile per la sua conferma resta dunque un emendamento in sede di conversione.

Problemi per i “contributivi puri” e iniziative tecniche

Tuttavia emergono criticità per i lavoratori il cui primo accredito contributivo decorre dal 1° gennaio 1996 e che rientrano nel sistema contributivo puro: per queste persone è necessario certificare il raggiungimento di un importo minimo della pensione prevista per poter accedere a strumenti di flessibilità.

Per evitare incertezze, il ministero ha avviato un percorso tecnico con INPS per definire criteri omogenei e predittivi di certificazione, fondati su proiezioni macroeconomiche e attuariali aggiornate, che consentano di stabilire se il trattamento pensionistico futuro raggiungerà le soglie richieste.

Questa attività di modellizzazione è funzionale sia a tutelare i lavoratori sia a fornire certezze amministrative alle aziende che intendono pianificare l’isopensione come strumento di gestione del personale.

Ipotesi per i lavoratori retributivi e misti

Un altro aspetto al centro delle riflessioni riguarda la possibile parificazione delle opzioni di uscita tra i diversi regimi pensionistici. La riforma del 2011 ha infatti articolato requisiti distinti per i soggetti privi di contribuzione ante 1996 e per quelli con contribuzione precedente.

Oggi i cosiddetti contributivi puri possono accedere alla pensione di vecchiaia a 71 anni con almeno cinque anni di contribuzione, indipendentemente dall’ammontare dell’assegno pensionistico maturato, mentre i lavoratori con contribuzioni anteriori al 1996 conseguono il diritto in misura anagrafica inferiore (67 anni nel 2026) a fronte di un requisito contributivo più stringente o, in alternativa, con il vincolo di un importo minimo dell’assegno pensionistico.

La proposta in valutazione mira a offrire ai lavoratori del sistema retributivo o misto la possibilità di scegliere la via del pensionamento a 71 anni con cinque anni di contribuzione, a condizione di rinunciare alle quote calcolate col metodo retributivo: una misura che potrebbe facilitare uscite concordate ma comporterebbe un compromesso sul rendimento economico della pensione.

Dal punto di vista finanziario e sociale, una simile estensione avrebbe impatti differenziati: potrebbe alleggerire tensioni occupazionali e favorire il ricambio generazionale, ma richiederebbe approfondimenti sul costo diretto per le imprese, sugli effetti distributivi tra generazioni e sulle implicazioni per la sostenibilità del sistema previdenziale.

Ogni modifica dovrà essere accompagnata da simulazioni attuariali e da un confronto con le parti sociali per definire regole applicative chiare e tutele per chi rinuncia a misure retributive più favorevoli.

Per procedere serviranno interventi normativi e adeguamenti amministrativi coordinati tra il ministero del Lavoro e INPS, oltre a tempi tecnici per le verifiche richieste dalle nuove ipotesi.

Tempistiche e iter legislativo

La strada più probabile per realizzare queste modifiche è l’inserimento di emendamenti nel testo di conversione del Decreto 1° Maggio, attualmente all’esame parlamentare.

Prima dell’eventuale approvazione occorreranno valutazioni tecniche, analisi d’impatto e il dialogo con le organizzazioni sindacali e datoriali per definire criteri omogenei di accesso, nonché chiarire effetti su previdenza, mercato del lavoro e finanza pubblica.

In sintesi

  • L’estensione dell’isopensione potrebbe favorire il ricambio generazionale e alleggerire i costi sociali legati a ristrutturazioni aziendali, ma aumenterebbe gli oneri a carico delle imprese che ne fanno uso, con conseguenze per la liquidity aziendale e gli investimenti industriali.
  • La possibilità di optare per il pensionamento a 71 anni con cinque anni di contributi per i lavoratori retributivi o misti rappresenta un trade-off tra flessibilità d’uscita e minori prestazioni pensionistiche future, una variabile importante per la pianificazione finanziaria personale e per gli investitori nel settore assicurativo e previdenziale.
  • Le misure proposte richiederanno approfondite simulazioni attuariali e scenari macroeconomici: gli esiti influenzeranno la sostenibilità del sistema previdenziale e le decisioni di politica fiscale, con effetti indiretti sui titoli di Stato e sul clima di fiducia degli investitori.
  • Per il mercato del lavoro italiano, regole più chiare sull’isopensione e criteri certi di certificazione da parte di INPS potrebbero incrementare la prevedibilità delle politiche occupazionali, favorendo strategie di investimento nelle regioni e settori più esposti al ricambio generazionale.


Author: Tony
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