Le scommesse ribassiste evaporano 430 milioni di dollari mentre bitcoin sfonda la soglia dei 74.000 dollari

Bitcoin ha rotto il tetto a 73.000 dollari che lo aveva respinto tre volte in otto giorni, salendo del 4,8% fino a 74.484 dollari nella serata di lunedì, il livello più alto da prima dell’inizio del conflitto con Iran alla fine di febbraio. La mossa è stata accompagnata da liquidazioni per 534 milioni di dollari su circa 180.000 trader, di cui 430 milioni provenivano da posizioni short, rappresentando il secondo forte short squeeze in meno di una settimana.

Ether ha guidato i principali asset con un balzo del 7,7% a 2.366 dollari, registrando un progresso settimanale del 12,4% e sovraperformando nettamente Bitcoin. Anche Solana (SOL) è salita del 4,6% a 85,80 dollari, in aumento del 7,6% sulla settimana; BNB ha guadagnato il 3,3% a 615,80 dollari; XRP è cresciuto del 2,9% a 1,36 dollari; Dogecoin ha aggiunto il 2,7% a 0,094 dollari. Tutti gli asset della top 10 mostrano performance positive sia sul grafico giornaliero sia su quello settimanale.

La più grande singola liquidazione è stata uno short BTC‑USDT da 12,4 milioni di dollari su Aster. Complessivamente Bitcoin ha rappresentato 229 milioni di dollari di liquidazioni, seguito da Ether con 136 milioni. Token più piccoli come RAVE hanno contribuito con 43 milioni di liquidazioni dopo un rally del 66%, mentre Solana ha aggiunto circa 12 milioni.

Il danno si è concentrato soprattutto in una finestra di 12 ore, durante la quale sono stati cancellati 379 milioni di dollari, di cui 327 milioni da posizioni short. Il rapporto di liquidazioni short vs long, circa 4 a 1 nel periodo, riflette quanto il mercato fosse ancora orientato a scommettere contro la tenuta dei 73.000 dollari, nonostante il rimbalzo legato alla tregua della settimana precedente avesse già messo in difficoltà quella strategia.

Dettagli sulle liquidazioni

Le liquidazioni avvengono quando posizioni con leva non riescono a mantenere i requisiti di margine e vengono chiuse automaticamente, amplificando i movimenti di prezzo. In questo episodio gli short, cioè chi scommetteva su ribassi, sono stati particolarmente vulnerabili: un rapido movimento rialzista ha forzato chiusure a catena, provocando un ampio flusso di vendite forzate su posizioni opposte.

Dal punto di vista tecnico, la rottura sopra i 73.000 dollari apre il percorso verso un livello di resistenza identificato da indicatori on‑chain come il cosiddetto Traders’ Realized Price, situato vicino a circa 79.000 dollari. Questo valore corrisponde al prezzo medio al quale molti trader attivi tornerebbero in pareggio dopo le perdite del drawdown e tende a diventare una barriera di vendita significativa.

Tra i 73.000 e i 79.000 dollari il profilo tecnico mostra meno resistenze rispetto a qualunque fase intercorsa dall’inizio del conflitto, ma il rischio rimane elevato: livelli più alti potrebbero attirare vendite da parte di chi cerca di riassorbire le perdite o di chi usa la leva per chiudere posizioni profittevoli.

Reazioni dei mercati tradizionali

L’indice S&P 500 ha ora cancellato tutte le perdite legate al conflitto con l’Iran, mentre l’MSCI All Country World Index si dirige verso l’ottavo giorno consecutivo di rialzi, la serie positiva più lunga da settembre. Questi movimenti riflettono un atteggiamento di mercato più fiducioso, almeno nel breve termine.

Il prezzo del Brent è calato dell’1,3% a 98 dollari al barile, perché i partecipanti al mercato hanno iniziato a scontare la possibilità che nuovi colloqui diplomatici possano svolgersi prima della scadenza della tregua prevista per il 7 aprile. Minori attese di tensione sull’offerta petrolifera hanno attenuato le pressioni inflazionistiche percepite.

I rendimenti dei titoli di Stato americani (Treasury) sono scesi di un punto base a 4,28%, in parte grazie al calo del prezzo del petrolio che ha allentato la preoccupazione su un’immediata accelerazione dell’inflazione.

Prospettive geopolitiche e rischi

La tensione geopolitica rimane l’elemento chiave che potrebbe invertire rapidamente le tendenze sui mercati: il blocco dello Stretto di Hormuz, deciso dopo colloqui a Islamabad che non hanno prodotto un accordo, è interpretato dagli operatori più come uno strumento di pressione mirata che come un’escalation incontrollata. L’obiettivo strategico apparente è ridurre le entrate petrolifere dell’Iran per aumentare la leva negoziale, pur lasciando aperta la possibilità di una successiva ripresa delle rotte marittime.

Le parti stanno valutando un nuovo giro di colloqui: se si concretizzeranno prima della scadenza della tregua, i mercati potrebbero continuare a normalizzarsi; in caso contrario il rischio di nuove ondate di volatilità rimarrà elevato, con impatti sia sulle materie prime sia sugli asset rischiosi come le criptovalute.

Per gli investitori le variabili da monitorare nelle prossime sessioni sono pertanto: l’evoluzione delle trattative diplomatiche, l’andamento del prezzo del petrolio, i livelli tecnici chiave per Bitcoin (in particolare la soglia intorno a 79.000 dollari) e la dinamica delle posizioni a leva che può amplificare i movimenti di mercato.