Criptovalute e pedaggi alle petroliere: l’ultima mossa dell’Iran per aggirare le sanzioni nella sua rete commerciale

Il governo dell’Iran ha ufficialmente iniziato ad accettare pagamenti in criptovalute da parte delle navi mercantili che transitano nello stretto di Hormuz, secondo dichiarazioni recenti di un portavoce dell’Oil, Gas and Petrochemical Products Exporters’ Union. Segnalazioni precedenti indicavano che venivano utilizzati anche stablecoin ancorati al dollaro, con una tariffa riferita di circa 1 dollaro per barile; le petroliere più grandi possono trasportare fino a due milioni di barili.

La formalizzazione di un sistema di pedaggi marittimi pagati in bitcoin o in stablecoin ancorati al USD rappresenta una mossa audace, ma si inserisce in una tendenza già documentata: negli ultimi anni il regime iraniano e, in particolare, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) hanno intensificato l’uso delle criptovalute per facilitare scambi commerciali transfrontalieri, specie nelle vendite di petrolio.

Contesto e precedenti

I dati raccolti da analisti di blockchain documentano una rete crescente e complessa di attività sanzionate che sfruttano portafogli crittografici. Nel dicembre 2024 un finanziatore affiliato all’IRGC, già sottoposto a sanzioni statunitensi, ha facilitato vendite di greggio iraniano verso lo Yemen attraverso indirizzi di criptovalute, per trasferimenti che hanno superato i 178 milioni di dollari in un anno.

Nell’aprile 2025 è emersa una rete più ampia di finanziatori collegati ai Houthi, che hanno acquistato armi e merci dalla Russia usando fondi in criptovalute: l’attività monitorata nelle designazioni delle sanzioni ha totalizzato quasi un miliardo di dollari nell’arco di circa un anno.

Di conseguenza, si è profilata anche la minaccia che un secondo collo di bottiglia possa interessare il commercio petrolifero globale: i Houthi hanno evocato la possibilità di bloccare il traffico al canale di Bab-al-Mandeb, che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden.

Modalità operative e scala

Andrew Fierman, responsabile dell’intelligence per la sicurezza nazionale presso Chainalysis, ha osservato che non sorprende l’utilizzo delle criptovalute per questo tipo di transazioni.

“Non è affatto sorprendente che questo tipo di commercio si stia realizzando anche tramite criptovalute.”

Secondo le analisi, il sistema non è costituito da qualche portafoglio isolato usato ripetutamente, ma da un ecosistema articolato di indirizzi e controparti che facilità scambi internazionali su scala commerciale. L’adozione diffusa di stablecoin permette di ottenere attivi ancorati al dollaro senza passare necessariamente dal sistema bancario tradizionale.

Andrew Fierman ha aggiunto:

“Hanno una rete di portafogli in criptovaluta che il regime usa per agevolare questa attività transfrontaliera. Accettare pagamenti in crypto rende più semplice il commercio rispetto all’utilizzo del sistema bancario tradizionale e c’è liquidità sufficiente per evitare l’impiego esclusivo degli exchange.”

Implicazioni economiche e sanzionatorie

Le sanzioni contro l’Iran sono state imposte su vasta scala sin dal 1979, includendo restrizioni individuali e settoriali che toccano quasi ogni banca iraniana. L’impossibilità di accedere liberamente ad attivi ancorati al dollaro complica le transazioni internazionali e spinge la ricerca di canali alternativi.

Andrew Fierman ha spiegato:

“La realtà è che la maggior parte dei controparti non vuole operare in Rial o in Toman, soprattutto a causa dell’iperinflazione ricorrente. Pertanto ottenere un asset ancorato al dollaro crea un meccanismo che consente loro di commerciare globalmente con chiunque sia disposto a farlo, senza dipendere dal sistema bancario tradizionale.”

Per chiarire, in Iran la valuta ufficiale è il Rial (IRR), ma nella pratica corrente le persone usano comunemente il Toman nei negozi: un Toman corrisponde a dieci Rial.

Tom Keatinge, direttore fondatore del Centre for Finance and Security (CFS) presso il think tank di difesa RUSI, ha dichiarato con riferimento all’uso crescente di stablecoin sostenute dal dollaro:

“Sebbene l’uso di stablecoin possa esporre gli utilizzatori a interventi regolatori occidentali, le evidenze suggeriscono che questo rischio sia limitato.”

Scenari futuri e considerazioni politiche

Esperti avvertono che l’adozione su larga scala delle criptovalute da parte di reti affiliate all’IRGC cambia la natura delle contromisure necessarie: non si tratta più solamente di sanzionare singoli indirizzi, ma di comprendere e interrompere catene finanziarie complesse che sfruttano liquidità off‑exchange e canali non tradizionali.

Lee Reiners, docente presso il Financial Economics Center della Duke University, ha proposto un’ipotesi strategica sull’uso di stablecoin ancora più ancorate al dollaro per aumentare la pressione politica:

“Se l’Iran pensasse strategicamente, potrebbe prendere esempio dai vicini negli Emirati e chiedere pagamenti in USD1, la stablecoin lanciata da operatori legati alla famiglia Trump. In quel caso il Presidente degli Stati Uniti avrebbe un incentivo finanziario a rimuovere le sanzioni e permettere loro di imporre qualunque pedaggio.”

Questa osservazione mette in luce come la crescente integrazione tra strumenti digitali di pagamento e interessi geopolitici possa generare spinte difficili da prevedere sul piano diplomatico: la circolazione di attivi digitali ancorati al dollaro crea leve che toccano tanto la regolamentazione finanziaria quanto le decisioni politiche sui regimi sanzionati.

In conclusione, la conferma di pagamenti in criptovalute per il transito nello stretto di Hormuz rappresenta un’ulteriore evoluzione nei metodi con cui attori statali e para‑statali aggirano i controlli internazionali. Monitorare i flussi, rafforzare la cooperazione tra autorità finanziarie e aggiornare gli strumenti di contrasto alle reti crittografiche rimane essenziale per valutare e mitigare rischi economici e strategici.