Export in bilico, merci bloccate e listini al rialzo: tempesta sull’industria

Le strozzature logistiche stanno producendo effetti anche in senso inverso, lasciando numerose imprese con scorte ridotte e incapaci di assicurare continuità produttiva; a queste si sommano gli aumenti dei costi energetici, che aggravano la situazione per l’intero sistema industriale.

Simone Bettini ha spiegato:

“Un nostro produttore di cavi mi ha detto che, se la situazione non si sblocca, dovrà fermare la produzione entro due settimane. Inoltre i rincari dell’energia stanno creando disastri per tutti: tra le aziende c’è grande preoccupazione e le nostre stime di settore dovranno essere riviste al ribasso.”

Sul piano macroeconomico molte istituzioni hanno già adeguato le previsioni: tra queste figurano la Bce, la società di rating Standard & Poor’s, l’Ocse, la Bankitalia e la rappresentanza d’impresa Confindustria. Tali organismi operano rispettivamente nel campo della politica monetaria, della valutazione del merito creditizio, delle analisi economiche internazionali, della supervisione della stabilità finanziaria nazionale e della rappresentanza delle imprese italiane, e le loro revisioni hanno riflessi immediati su mercati e decisioni aziendali.

Le proiezioni in uno scenario intermedio, con il conflitto che si protrae fino a giugno, indicano per il 2026 un marcato rallentamento del Pil e dei consumi in Italia, accompagnato da una contrazione dell’export, fenomeno già evidente con la flessione del 4,6% registrata a gennaio, antecedente alle tensioni attuali.

Il peso del Golfo

Per il settore moda il mercato del Golfo rappresentava in molti casi l’unico elemento positivo dei bilanci: alcune aziende dipendevano fino al 20% da quell’area. Il venir meno di quella domanda, insieme al calo del turismo asiatico e alla contrazione delle vendite tax free, crea uno scenario di forte fragilità.

Luca Sburlati ha commentato:

“Per il nostro comparto il Golfo era l’unico mercato positivo: ora si è praticamente azzerato. A questo shock si somma la riduzione delle vendite legate al turismo e la prospettiva di aumenti dei listini, che non favoriranno le vendite. Per il settore è una tempesta perfetta e, se la crisi non si risolve a breve, prevediamo un calo almeno del 5-7%. Per questo chiediamo al governo interventi immediati di politica industriale.”

Lo shock nell’area del Golfo non colpisce solo l’export consolidato ma blocca anche nuove iniziative produttive e investimenti pianificati, con ricadute rilevanti su ordini e occupazione.

Fabio Brevi ha spiegato:

“A maggio avremmo dovuto aprire un’unità produttiva ad Abu Dhabi, ma oggi tutto è sospeso. Inoltre i noli per noi sono aumentati del 30% e alcuni clienti denunciano speculazioni: transiti che una volta costavano 2.000 dollari ora vengono fatturati anche 5.000.”

La posizione geografica del cliente finale è oggi determinante: chi opera in aree ritenute sicure spinge per accelerare le spedizioni quando il petrolio supera i 100 dollari al barile, per attivare rapidamente la produzione; chi invece dipende da infrastrutture vulnerabili invoca la causa di forza maggiore, sospendendo i ritiri e rinviando i pagamenti finali, con effetti immediati sulla liquidità delle imprese.

Nel caso della Starline, una pmi che realizza il 70% dei ricavi nel Medio Oriente, la merce bloccata valeva circa 6 milioni a metà marzo e oggi è salita a circa 9 milioni, esemplificando le difficoltà di gestione dei crediti commerciali e la crescente esposizione finanziaria delle aziende esportatrici.

Dal punto di vista delle politiche pubbliche, la situazione richiede misure mirate: supporto alla liquidità per le imprese esportatrici, strumenti di assicurazione del credito, azioni di diplomazia economica per ripristinare corridoi commerciali e interventi di politica energetica finalizzati a ridurre la vulnerabilità dei sistemi produttivi.